martedì 17 novembre 2015

Racconto n.2 - Un Natale speciale

UN NATALE SPECIALE
“Ehi…psss…palla dorata…dico a te…”.
“Quante volte ti ho chiesto di non chiamarmi con quello stupido nome…”.
“Quale?...Palla dorata?...”.
“Non fare lo spiritoso…altrimenti….”.
“Altrimenti cosa?...Ma guardati, con tutti quei brillantini addosso e disegnini naif…più che una palla dell’albero di natale mi sembri …mi sembri…”.
“Ah, sentilo lui, il festone argentato…il re del jetset mondano…ti hanno mai detto che la coda di una puzzola è più attraente di te? Faresti bene a tapparti la bocca prima di parlare, visto che è quello che pensano tutti qua dentro…”.
“Vero!”
“Giusto!”
“Dai, fagli vedere chi sei!”
“Brava, palla dorata, cantagliene quattro, una volta per tutte!”
“Si, sono più di trecento giorni che lo sopportiamo…ora basta!”
Non ne possiamo più! Basta! Basta!”
Un coro di proteste si levò dal fondo dello scatolone di cartone.

Sì, avete capito bene: proprio uno scatolone di cartone, un grande ed ingombrante scatolone con la scritta COSE DI NATALE posto sul pavimento di una buia soffitta di un palazzo di una grande città.
A protestare erano tutti i decori di un albero di Natale: palle, festoni, stelle, candele, luci, oggetti di ogni tipo e forma, quegli stessi oggetti che voi probabilmente, anzi sicuramente, mettete ogni anno sul vostro albero di Natale e che ogni anno rivivono dopo essere stati dimenticati in scatole, scatoloni, cassetti, mobili di cantine, sgabuzzini, soffitte, garage e chi più ne ha, più ne metta.
Ebbene, non lo sapevate? Questi oggetti hanno un’anima, hanno sentimenti, parlano, vivono una vita che nessuno immagina…già, è assolutamente così.
Vivono.
Proprio l’altro giorno, addobbando il mio albero di Natale nel silenzio della mia casa, ho avuto  la netta sensazione che gli oggetti che stavo estraendo dalla scatola nella quale erano stati riposti l’anno precedente e quello prima e quello prima ancora, mi stessero osservando e volessero dirmi qualcosa.
E’ stato davvero un attimo, un piccolo, piccolissimo attimo, ma in questo brevissimo lasso di tempo mi è sembrato di scorgere sorrisi, ascoltare bisbiglii sommessi, sentire dei fremiti ogni volta che prendevo in mano qualcosa, insomma ho quasi avuto la certezza che stesse accadendo un piccolo miracolo: gli oggetti stavano prendendo vita…
Ci credete se vi dico che ho cominciato a parlare con loro?
Noooo?
E invece è così.
Abbiamo cominciato a parlare, io e loro!
Oh, è stato bellissimo, incredibile, emozionante, e spero che anche voi, al termine del mio racconto, proviate almeno una parte di quello che ho provato io!
No, non sono pazzo, non dite cose di cui potreste pentirvi…
Almeno non prima di aver ascoltato la loro storia, quella che mi hanno raccontato, una mattina di pochi, pochissimi giorni fa…

“Ehi! Ho appena detto di non voler essere chiamato palla dorata! Intesi?”
Le voci si spensero immediatamente.
Anche il festone argentato smise di parlare e si arrotolò a spirale come volesse farsi più piccolo appiattendosi contro un angolo della scatola.
Palla dorata (lo chiameremo così anche noi, ma senza farci sentire…) mugugnò ancora qualcosa, poi cambiò decisamente argomento.
“Fa caldo qui”.
“Dovresti cercare di liberarti di quella carta bianca con cui ti avvolgono ogni anno. Le palle di plastica non hanno alcuna carta che le possa coprire e non si lamentano mai…”, disse il filo di luci colorate che non aveva preso parte al coro di proteste.
“Non so sarebbe una buona idea..”, bofonchiò palla dorata. “Non mi piace stare nuda in mezzo a una miriade di oggetti che non fanno altro che guardarsi l’uno con l’altro col solo scopo di criticare e ridicolizzare l’altro. Preferisco morire di caldo..e poi quelle sono palle di plastica. Io sono di vetro e c’è una bella differenza..”.
“Ma come ti permetti?”, urlò piena di risentimento una delle palle gialle di plastica.
“Già, chi ti credi d’essere?”, aggiunse un’altra tremando dalla rabbia per ciò che aveva sentito. “Siamo palle anche noi e decoriamo l’albero esattamente come lo decori tu, palla dorata dei miei stivali!”.
“E dai, ragazze, non volevo mica offendere! Ma è innegabile che il vetro è diverso dalla plastica…ha bisogno di maggior protezione, maggiore cura…ma certamente non voglio dire di essere migliore di voi…”.
“E allora non ti lamentare”, continuò il filo elettrico.
“Non mi sto lamentando! Sto solo dicendo che fa caldo! Punto e basta!”.
“Sentite, siamo troppo nervosi!”, intervenne il babbo natale di pezza. “Dobbiamo cercare di stare tranquilli e pazientare, come facciamo tutti gli anni. Lo so che è difficile stare chiusi dentro uno scatolone per quasi un anno in attesa di essere tirati fuori e respirare aria nuova, vedere la luce, ascoltare le grida dei bambini, bearci dei sorrisi con cui veniamo guardati da decine se non centinaia di occhi felici…Però dobbiamo farlo. Questa è la nostra vita, questo il nostro mondo. Lo sapevate quando vi hanno fabbricato, no? Vi avevano detto che sarebbe stato così. Dunque cerchiamo di essere più adulti e consapevoli del nostro ruolo. Piuttosto cerchiamo di ingannare il tempo in maniera più costruttiva e meno noiosa! A che serve battibeccare sempre  fra noi? Converrete con me che  non porta da nessuna parte e inoltre  inasprisce i nostri rapporti. Dunque, attendiamo con fiducia il giorno in cui saremo liberati da questa collocazione non proprio, ehm…felice e prepariamoci all’evento con speranza e allegria, come si conviene a degli addobbi di natale quali noi siamo”.
“Bravo, bravissimo!”, proruppero in grida di giubilo le lampadine del filo elettrico.
“Babbo, sei un mito!”, applaudì la campanella rossa tintinnando a più non posso.
Di nuovo decine di voci, questa volta inneggianti al babbo natale di pezza, si levarono da ogni parte dello scatolone. Perfino l’albero di natale, che si trovava chiuso in un sacco di plastica accanto allo scatolone degli addobbi e che fino  a quel momento  era sempre stato in disparte, decise di prendere parte alla discussione generale.
“Propongo di eleggere babbo, capo della nostra comunità per quest’anno e, se possibile, anche per gli anni a venire! Chi è d’accordo lo dica o taccia per sempre!”
“Io sono d’accordo”, disse subito palla dorata.
“Pure io, albero, sono assolutamente d’accordo”, aggiunse il filo elettrico.
“Pure io!”.
“Io pure!”.
“Anche io! Contate anche me!”.
“Certo!”.
“Sono con voi! Babbo è il nostro capo!”.
“Babbo, babbo!”.
“Si, vogliamo Babbo! Bravo albero!”.
“Bene!”, disse l’albero notando con soddisfazione che la sua proposta era stata accolta all’unanimità. “Sembra, dunque, che abbiamo un nuovo capo...”.
“Io non sono d’accordo”.
Tutti gli oggetti si voltarono nella direzione dalla quale proveniva quella voce che era piombata sulle loro teste come un fulmine a ciel sereno.
“Non sono d’accordo”, ripeté la punta dell’albero nel silenzio generale.
“Siamo una comunità democratica”, disse l’albero. “Ti ascoltiamo, punta, parla pure”.
“Io sono la punta dell’albero. Dimenticate che mentre voi siete posizionati tra i rami, io sto sopra tutti . Di conseguenza, vedo cose che voi non potete vedere, senza contare che, modestamente…”.
“Si, modestamente….”, fece il verso disgustata la renna trasparente.
“Modestamente”, riprese la punta con sguardo torvo rivolto alla renna. “Sono il tocco finale che rende un albero di natale…come dire…unico…”.
“Puà! Che sfacciata! Ma che cosa ci tocca sentire…”, disse palla dorata coprendosi gli occhi con la carta bianca come se non volesse più vedere.
“Shhhhh!”, fece di rimando il neoeletto capo Babbo Natale. “Tutti hanno il diritto di esprimere la propria opinione, che vi piaccia o no!”, tuonò ancora.
Poi attese che venisse fatto di nuovo silenzio e si rivolse alla punta.
“Hai detto ciò che pensavi e te ne siamo grati. Prendiamo atto del tuo disappunto, ma la maggioranza ha decretato che d’ora in avanti a guidarvi sarò io. Ti prego di rispettare questa decisione come noi rispettiamo il tuo punto di vista e ti assicuro che ne terremo conto. Sei importante per noi come ognuno è importante per la nostra comunità. Il contributo di tutti è necessario perché l’armonia e la gioia che dispensiamo siano sempre il nostro obiettivo primario. Ma ora prepariamoci. Se non sbaglio siamo vicini alla data che stiamo tutti aspettando con ansia…forza nastro, è arrivato il momento di dirci come stanno le cose! ”.
Il nastro rosso si avvicinò a un lato della scatola mentre gli oggetti si retraevano per fare strada. Il momento era davvero solenne. Avrebbero saputo tra poco quanto tempo rimaneva prima di essere utilizzati per un nuovo Natale. Fiocco rosso aveva il compito di contare i giorni che li separava dalla data fatidica. Lo faceva ascoltando il rintocco delle ore di un vecchio pendolo anch’esso conservato nella soffitta. Questi, con estrema gentilezza e cortesia, aveva accettato di fare un rintocco particolare ogni mezzanotte per avvertire chi, tra gli oggetti accatastati in quel luogo buoi e polveroso, fosse interessato alla conta del tempo. Inutile dire che i suoi ammiratori più sfegatati erano proprio gli addobbi dell’albero di Natale che non vedevano l’ora di essere liberati e rivedere la luce del giorno. Fiocco rosso era stato dunque  incaricato di registrare i rintocchi e ogni mezzanotte, mentre tutti dormivano beati russando e sognando, faceva un piccolo segno sulla parete interna della scatola che corrispondeva a un giorno. Si avvicinò quindi con aria solenne alla parete utilizzata per segnare i rintocchi dell’orologio seguito da decine di occhi che in silenzio attendevano il responso.
“Dunque…ecco…lasciatemi contare…ventitré…settantotto…più trentasette fa centoquindici….centonovantadue….aggiungiamo gli altri cinquantaquattro e siamo a duecentoquarantasei….altri sessantuno e sono trecentosette….ehm…aspettate….qui ce ne sono venti e quindi siamo a trecentotrentasette…e quindi…o mamma mia…o Santa Vergine del Carmelo….ma non può essere…”
“Suvvia fiocco!”, gridò spazientito Babbo Natale. “Non tenerci sulle spine….quanto fa?”.
“Fa…fa…fa…se non sbaglio…”.
“Allora? Ti si è rigirata la lingua?”
“Fa…insomma dovrebbe…cioè oggi è….”
“Che giorno è oggi? Parla dunque! Stiamo tutti aspettando!”
Fiocco si voltò verso la platea che pendeva dalle sue labbra e in un silenzio pieno di trepidazione aveva seguito tutti i suoi calcoli senza perdere una parola.
“E’ l’otto dicembre!”, disse tutto d’un fiato accasciandosi poi contro la parete vinto dall’emozione e dalla fatica per lo sforzo del difficile calcolo.
“L’otto dicembre? Oggi è l’otto dicembre? Sei sicuro fiocco?”, domandò Babbo Natale mentre gocce di sudore gli rigavano la fronte e il collo.
“Si…si...sicurissimo!”, balbettò fiocco con un filo di voce. “Oggi è l’otto dicembre!”.
“Ma allora vuol dire che stanno per venire a prenderci! Forza amici! Ognuno al proprio posto! Preparatevi! E’ giunto il momento tanto atteso! Oggi torneremo a vivere! Vedremo la luce! Oggi è il giorno che tutti aspettiamo! Di corsa! Sistematevi! Ogni momento può essere quello giusto!”.
Ci fu un fuggi-fuggi generale.
Chi urlava, chi pregava, chi si infilava nella propria scatolina, chi nella carta, chi si scontrava, chi non trovava la propria posizione e si aggirava disperandosi ora di qua ora di là, chi piangeva, chi rideva, chi chiamava, chi rispondeva, chi non sapeva cosa fare o cosa dire.
Insomma, la confusione regnava sovrana.
Alla fine, però, tutti riuscirono a sistemarsi e di nuovo il silenzio la fece da padrone.
Babbo Natale attese che la situazione si normalizzasse e poi si rivolse con un soffio di voce alla scopetta di paglia che se ne stava rintanata nella busta di plastica trasparente insieme a tanti altri oggetti che osservavano la scena tremando dall’emozione.
“Ce la fai a metterti in piedi e sbirciare fuori dalla scatola?”.
La scopetta si mise subito sull’attenti. “Certo, Babbo! Ma per quale motivo?”.
“Voglio sapere se è giorno o notte”.
“Agli ordini, Babbo! Eseguo immediatamente!”.
La scopetta si drizzò sulle setole e cercò di infilare la punta del suo manico tra la parete dello scatolone e il coperchio. All’inizio non riuscì a fare nulla poiché quest’ultimo era molto pesante e su di esso gravavano altri oggetti ammonticchiati l’uno sull’altro. Ma poi, dàgli e dàgli, trovò un punto dove si era creato un po’ di spazio e a forza di spingere finalmente poté sbirciare fuori. La flebile luce della sera penetrava dalla finestrella della soffitta e a mala pena illuminava l’ambiente interno.
“Allora?”, chiese ansiosamente Babbo.
“E’ sera” sussurrò  la scopetta abbassando il coperchio.
“Mmmm…”. Il capo degli addobbi assunse un’aria pensosa. “Strano…è sera e ancora non si vede nessuno….forse abbiamo sbagliato i calcoli….”.
Dall’altro lato della scatola si udì la voce di fiocco.
“Io non mi sono sbagliato. Oggi è l’otto dicembre! Non ho dubbi! E la giornata non è ancora finita!”.
“Fiocco ha ragione”, disse la scopetta. “Può darsi che abbiano avuto altro da fare…forse tra poco arriveranno…”.
“Mah, non so”, continuò Babbo con la sua aria sempre più pensosa. “Attendiamo e vediamo. Se è  davvero l’otto dicembre, qualcosa succederà. Gli umani in questo sono molto precisi e attaccati alla tradizione. Campanelle, restate sveglie. Al minimo rumore, date l’allarme. Intesi?”.
“Si, si, ci pensiamo noi!”, gridarono all’unisono le campanelle. “Tanto non abbiamo sonno; siamo così eccitate…”.
“Bene, allora buona notte a tutti e….speriamo di essere svegliati!”.
Si stiracchiò un poco, poi appoggiò la testa al fungo maculato e si addormentò di botto.
Era stata una giornata molto faticosa.
Aveva da poco cominciato a sognare che un rumore acuto lo fece sobbalzare.
Din, din , din din.
All’inizio non riuscì ad identificare subito quello strano rumore; era sprofondato in un sonno così profondo che faceva fatica anche solo a sollevare una palpebra.
Din , din, din ,din.
Poi capì di cosa si trattava: le campanelle!
Si voltò nella direzione da cui proveniva quel suono ritmico e frenetico e riuscì a scorgere il filo cui erano legate le campanelle che si contorceva a più non posso e costringeva i martelletti delle minuscole campane a battere sul bordo delle stesse producendo il suono che lo aveva svegliato di soprassalto.
Din, din , din, din.
“Ci siamo!”, urlò con quanto fiato aveva in gola. “Svegliatevi tutti, stanno arrivando! Mi raccomando: silenzio e ordine!”.
Tutti gli oggetti alzarono gli occhi verso il coperchio. I loro cuori battevano ad un ritmo forsennato. Tremavano come foglie al vento, tanta era l’emozione. Ma nonostante ciò, erano tutti immobili e trattenevano il respiro. Dovevano solo attendere. Tra poco avrebbero visto la luce.
Lo scatolone si mosse.
Qualcuno lo stava sollevando.
A quel punto ogni oggetto si aggrappò con forza a chi stava accanto. Il filo elettrico si svolse e cinse le palle di natale in modo che queste non  rotolassero da una parte all’altra dello scatolone. Tutto era stato studiato e preparato nei minimi particolari. L’organizzazione era perfetta.
Poi lo scatolone cominciò a dondolare, ora su, ira giù. Era chiaro che stavano percorrendo delle scale.
Poi smise di dondolare e non si mosse più.
Si sentivano delle voci umane; qualcuno stava armeggiando con qualcosa.
“Stanno montando  l’albero!”, disse palla dorata.
“Zitta!”, fece di rimando Babbo. “Non ti devono sentire! Sei forse impazzita?”.
Palla dorata abbassò gli occhi. Era mortificata. Non doveva lasciarsi prendere dall’emozione, altrimenti avrebbe rovinato la magia di quel momento tanto atteso.
Così si ammutolì e alzò di nuovo lo sguardo in attesa degli eventi.
Non passarono che pochissimi minuti e il coperchio venne sollevato.
Una mano penetrò nella scatola e sollevò delicatamente palla dorata.
L’oggetto di vetro rimase letteralmente abbagliato dalla luce.
Chiuse gli occhi e respirò profondamente.
Aria! Luce! Dio che meraviglia!
E quella mano calda che la toccava così delicatamente, che meravigliosa sensazione!
Ora si, sentiva la vita che si impossessava di nuovo di lei, sentiva il vetro riscaldarsi, tutto il suo corpo era pervaso da un tremito di benessere.
Oh, meraviglioso benessere…
Nonostante questo evento si ripetesse ogni anno, tutto sembrava nuovo, era come se fosse ogni volta la prima volta.
Aprì gli occhi.
Davanti a lei altri due occhi.
Sotto di lei decine di occhi la fissavano  pieni di ammirazione e anche di invidia.
Guardò prima in basso.
Poi in alto.
Quegli occhi la rapivano, la stregavano.
“Ricorda!”, la voce di Babbo le giunse da lontano. Sembrava venire dalle viscere della terra. “Lasciati trasportare senza dire una parola! Non ti muovere! Non respirare! E’ la nostra regola! Ricorda!”.
Si, lo ricordava bene.
Ma c’era qualcosa….qualcosa….quegli occhi che la guardavano…non poteva resistere….doveva dire qualcosa….voleva dire qualcosa…
Non resistette all’impulso.
Una forza misteriosa la chiamava a comportarsi in maniera diversa dagli altri anni.
“La regola!”, pensò per un attimo. “Chi se ne frega della regola!”, pensò un attimo dopo.
Così sgranò gli occhi e guardando fisso in quegli occhi umani che la continuavano ad osservare mentre la tenevano sospesa a mezz’aria con una mano, ruppe ogni indugio.
“Ehi!”, disse. “Ciao, sono…sono…palla dorata…anche se non mi piace che mi si chiami così, tu puoi farlo, se vuoi…sai, sono felice che tu mi abbia presa…vedrai, non ti deluderò…sono bella, fragile, ma bella….farai un figurone con i tuoi amici…io…io…sono così felice di essere qui…di nuovo…mi sento finalmente viva…vedo la luce….questi mesi al buio sono stati un inferno…che depressione…ma ora…ora….è un’altra cosa…vuoi essere mio amico? Ti va di parlare un po’ con me?...ti ascolto se vuoi…puoi confidarmi i tuoi pensieri, le tue preoccupazioni…posso essere una buona amica…ho tanto bisogno di amici…e…pure tu, immagino…insomma io…”
Gli occhi la scrutarono più da vicino.
Oddio! Forse l’avevano sentita! L’umano avrebbe potuto parlare con lei! Santo cielo, che emozione!
Alla faccia della Regola!
Ma perché non l’aveva fatto gli anni scorsi?
Che stupida che era stata a dar retta a quegli ancor più stupidi dei suoi colleghi!
Ora avrebbero visto che cosa era capace di fare e soprattutto cosa si erano persi dando retta a quella maledetta regola che impediva loro di comunicare con gli umani!
Ma…ma…cosa stava succedendo?
L’umano l’aveva attaccata ad un ramo del’albero e ora si accingeva a prendere altri oggetti dallo scatolone!
Ma come, non l’aveva sentita?
Tutte quelle smorfie, quello sguardo dolce e comprensivo per nulla?
Ma che razza di scherzo era quello?
D’un tratto comprese.
Non avrebbe mai potuto parlare con l’umano, raccontare la sua storia, fargli capire che si trattava di una cosa viva e non di un semplice oggetto da appendere per addobbare un albero e far ridere i bambini.
Una grande tristezza si impadronì di lei.
Decise di non parlare più, neanche con i suoi compagni di scatolone.
Ad uno ad uno questi venivano presi e posti sui vari rami dell’albero.
Ridevano, erano felici.
Ma lei no.
Non poteva esserlo.
Arrivarono gli gnomi, le stelline, campanelle e festoni, poi i funghi, le ciliegie, i fiocchi, Babbo Natale e le renne, perfino il ragno d’argento.
Poi arrivarono le luci che addirittura presero a cantare quando la spina del filo elettrico fu collegata alla presa.
Tutti erano contenti.
Tutti sprizzavano allegria da tutti i pori.
Che rabbia!
Ed infine la punta.
Guardava gli oggetti dall’alto in basso, con aria trionfante, come fosse una star di Hollywood.
“Che vi piaccia o no, io sto sempre più in alto di voi!”, urlò con aria di sfida mentre veniva posizionata sulla punta dell’albero.
“Vedi piuttosto di non farmi il solletico!”, disse l’albero guardandola torvo. “Se non fai la brava ti faccio cadere per terra, così la vediamo se continui a far l’arrogante stupida!”.
La punta ammutolì di colpo.
Se l’albero l’avesse fatta cadere da quell’altezza si sarebbe frantumata in mille pezzi.
Meglio star zitta e godersi comunque il suo trionfo.
Tanto, sempre più in basso sarebbero stati, quegli insignificanti addobbi da quattro soldi.
Babbo Natale, al centro dell’albero, osservava tutto con grande attenzione.
Avrebbe dovuto rimproverare come si conveniva palla dorata per aver infranto la regola, ma decise di non farlo. Dopo tutto non aveva fatto nulla di male se non tentare di instaurare una conversazione improbabile, molto improbabile, con gli umani.
Ne avrebbero parlato una volta tornati nello scatolone.
D’un tratto però accadde qualcosa.
L’umano si avvicinò all’albero e osservò gli oggetti uno ad uno.
Poi si voltò e gridò nella direzione opposta.
“Tesoro! Puoi venire un attimo, per favore?”.
“Vengo!”, una voce femminile rispose al suo invito.
“Deve essere la moglie dell’umano”, pensò Babbo.
Dopo pochi secondi l’umana si materializzò davanti l’albero.
“Guarda”, disse l’umano.
“E’ bellissimo”, rispose lei osservando gli addobbi uno ad uno.
Aveva occhi verdi anche lei, come l’umano.
La sua mano toccava ogni oggetto con delicatezza e si soffermava ora su questo, ora su quello.
Ad alcuni fece il solletico e provocò risatine di piacere,
La renna starnutì e  le campanelline non riuscirono a trattenere un dolce tintinnio di piacere.
“Non sembrano…vivi?”, domandò l’umano.
“Si, è vero”, disse l’umana con un sorriso che le illuminò il volto.
Gli oggetti, in silenzio, ascoltavano i due parlottare.
“Oh se potessero raccontare le loro storie…”, sospirò l’umana.
“Potrei scriverle….”, disse l’umano con un sorriso.
“E’ vero,  potresti renderli vivi inventando le loro storie, dando loro una voce…”.
I due si guardarono e sorrisero.
Anche gli oggetti si guardarono e si sorrisero l’un altro.
Sorrise anche palla dorata.
Già, aveva capito.
Avrebbero avuto tutti una propria storia, l’umano li avrebbe fatti vivere.
Ora poteva essere felice.
Sarebbe stato proprio un Natale speciale


lunedì 16 novembre 2015

Racconto n. 1 - God Rest Ye Merry, Gentlemen




26 Dicembre, h. 17.00: LUI

«Dio vi doni felicità e riposo, signori / e che nulla al mondo possa costernarvi»

Le note di un tradizionale canto natalizio inglese risuonano in serene armonie, scivolando intorno alle colonne dipinte e volando tra le volte affrescate dei soffitti.
L'antica chiesa gotica di San Domenico, situata in pieno centro storico, è quasi deserta: non c'è tanta gente in giro nel giorno successivo al Natale, alcune persone passano oltre, coloro che entrano sostano solo qualche minuto poi escono, pronti a rituffarsi nel tran-tran delle brevi ferie festive.

Di fuori le luminarie - stelle comete gialle, scritte rosse che dicono "Auguri" e sagome verdi di abeti - rifulgono in alto, appese a fili invisibili; di dentro solo pochi fari sono accesi, creando nella chiesa una gradevolissima penombra che ben si adatta alla musica diffusa.
All'inizio della navata centrale, su uno dei banchi a sinistra, siede un uomo. Se ne sta quasi sull'estremità del rigido asse di legno massiccio, con i gomiti appoggiati alle ginocchia e la testa tra le mani: la sua schiena incurvata è a tratti scossa da un brivido appena percettibile.
Egli è giunto lì intorno alle quattro e da lì non si è più mosso: che sia assorto in preghiera o in personali riflessioni nessuno lo potrebbe dire. Due volte ha sollevato lo sguardo e, in entrambi gli attimi, un lampo di sofferenza è balenato nei suoi occhi.
Lassù sull'altare, nella direzione in cui l'uomo ha guardato con esitazione, come se la visione fosse per lui dolorosa, si trova un piccolo Presepio: statue di fattura antiquata e dai colori solo un po' sbiaditi dal tempo raffigurano la Sacra Famiglia e gli animali domestici che, per tradizione, hanno scaldato con il loro fiato il Bambinello.
Per una terza volta l'immoto visitatore alza la testa: contempla per un istante quella creatura di legno intagliato che sta lì come un bimbo vero, con le piccole braccia spalancate, un tranquillo e dolce sorriso sul viso roseo, una camiciola di stoffa bianca sul corpo, circondato da vasi di stelle di Natale e piante di agrifoglio. Lo fissa con trasporto, quasi a voler comprendere ciò che resta un mistero: gli occhi dilatati, la bocca socchiusa in un anelito, il busto proteso in avanti, come se non solo nello spirito ma anche fisicamente gli fosse necessario raggiungere qualcosa che, invece, pare rifuggire.
Con un sospiro soffocato egli si abbandona di nuovo nella posizione iniziale, serra le dita intorno alla fronte e il nome di Dio gli esce dalle labbra insieme a una domanda disperata: «Perché?».

«per salvarci tutti dal potere del diavolo / quando noi ne eravamo stati fuorviati»

Ma salverà anche lui? Salverà anche quest'uomo dall'infelicità, quando ogni certezza della sua vita si è sgretolata ed ogni sicurezza è crollata come un castello di carte? Dipende forse dall'avere così poca fede, perché è facile sentirsi in pace con il Cielo nei momenti di luce, ma nei momenti bui, invece... ma può quel Figlioletto celeste restituire la quiete e la felicità? Può Egli rimettere a posto ciò che all'occhio dell'uomo pare distrutto irreparabilmente? Può riaccomodare un vetro infranto, un ramo spezzato, un cuore andato in pezzi?
Era Natale, ieri, e lui è rimasto tutto il giorno chiuso a chiave in una stanza d'albergo: non è neppure andato a Messa, e non perché non lo volesse... ma perché non c'era lei, e da quando lei non è più nella sua vita sembra che la vita stessa abbia smarrito ogni senso.

...

26 Dicembre, h 16.47: LEI

La donna ha ordinato un caffè più di mezz'ora fa, ma il liquido nero è sempre lì nella tazzina e ormai sarà gelato; lei, seduta a un tavolino d'angolo nel tepore di un bar, osserva la via quasi vuota: vi scorge solo pochi passanti frettolosi, ancora un po' storditi dai bagordi del Natale, imbacuccati in cappelli e cappotti.
Il gomito sull'orlo del tavolo e il mento nell'incavo della mano, ella si è dimenticata del caffè e di tutto ciò che la circonda: una morbida sciarpa di lana bianca le cinge la gola, il viso è un po' arrossato dal caldo ma lei non se ne cura. Osserva i radi fiocchi di neve che hanno iniziato a scendere da un po': creano uno strano effetto contro le luminarie, prima di scomparire nell'aria e sciogliersi sull'asfalto sporco...

«"Dunque non abbiate paura" disse l'angelo / "e che nulla al mondo vi spaventi"»

Si riscuote come da un sogno quando la canzone che suonano alla radio la raggiunge: è un inno inglese che ha sentito di rado ma che le ha sempre trasmesso un senso di pace e rinnovata sicurezza, e ogni parola del testo diventa una Verità con la V maiuscola, qualcosa di cui non c'è ragione di dubitare, qualcosa a cui è necessario credere perché è di certo così.
Eppure, in quel momento, lei ha paura: una paura viscerale, un terrore che le attanaglia l'anima con artigli freddi e affilati, un'angoscia che la tormenta da giorni, da settimane.

«In questo giorno è nato un Salvatore / di puro e virginale splendore»

La bocca della donna si piega in un sorriso lieve e malinconico: puro e virginale come quella neve bianca, candida, immacolata che scende lentamente dai cieli più alti... così era, e così doveva restare il loro Amore, un Amore perfetto e solido, un Amore senza falle né crepe... ma poi, proprio come quei fiocchi impalpabili e bellissimi, è scivolato giù, sempre più in basso, e infine si è disfatto sul duro suolo e si è insozzato, smarrendo per sempre il puro e virginale splendore...

...

27 Novembre, h. 19.30: LEI/LUI

«Sei impazzita, per caso?».
«Mi prendi per stupida? Hai un'altra e credi che intenda sopportarlo?».
Voci rabbiose si alzavano dalla villetta sull'angolo della via: urli di donna e grida d'uomo, e già da qualche mese i vicini udivano anche senza volerlo le feroci liti che, nelle ultime settimane, erano all'ordine del giorno.
Per altri cinque minuti gli insulti e le recriminazioni continuarono, in un crescendo che faceva temere il peggio: quanti delitti cominciano così, con discussioni sempre più violente fino a sfociare nel sangue e nella tragedia! Ma quello era un quartiere residenziale, lì certe cose non accadevano e gli abitanti dei villini confinanti si guardavano bene dall'intromettersi, e tantomeno dal chiamare la polizia.
Quella sera, però, di colpo com'era cominciato, il litigio ebbe termine: l'uomo venne spinto a forza fuori dalla casa e la donna, prima che lui potesse reagire, gli scagliò addosso una valigia piena che s'incagliò sul vialetto d'ingresso e cadde sulla pietra.
«Vai via! Non voglio vederti mai più!». E poi, a soffocare le proteste, ecco il frastuono della porta sbattuta con rabbia, il rumore della serratura blindata, e infine più niente, solo un assordante silenzio.
Mai più... mai più... nella luce livida della sera, sotto una pioggia che pareva una cascata inarrestabile di aghi appuntiti, quelle parole gridate con accento rabbioso e pieno di un sordo dolore sembravano riecheggiare senza sosta, e le finestre illuminate delle case vicine erano altrettanti occhi che si facevano beffe dell'uomo, perché gli altri, almeno in apparenza, sembravano condurre una vita tranquilla.
Egli aveva le chiavi in tasca ma non le toccò; rimase immobile e silenzioso sotto l'acqua battente, provando un morboso e disperato piacere nel sentire il freddo intirizzirgli le ossa e procurargli brividi di febbre. Il cappotto, che non aveva neppure avuto tempo di togliersi quand'era arrivato, era fradicio, i pantaloni nulla più che una macchia scura e umida, la pioggia gli colava sul viso e sul collo e, forse, gli dava l'illusione che nient'altro gli bagnasse le gote: un uomo non deve piangere, mai, e lui lo aveva tacitamente promesso a lei, in un tempo che sembrava tanto lontano. «Sarò forte per te perché è l'unico modo che ho per espiare. Piangi, tesoro mio, piangi tutte le tue lacrime e io sarò qui a raccoglierle e a darti il mio petto su cui nascondere e affogare il tuo dolore».
E ora chi ci sarebbe stato per lui, per raccogliere e annegare il suo dolore? Un bicchiere di alcool in un bar, un solitario letto in un hotel...
E lei, scivolata a terra con la schiena contro la porta, seduta sul freddo pavimento di marmo, fissava un punto di fronte e ascoltava la pioggia che cadeva, cadeva, cadeva come un'ipnotica ninnananna... e gli ansiolitici e i sonniferi facevano effetto... ma quante gocce per dimenticare? Quante, per non gridare più? Per ritrovare una pace che pareva ormai un relitto del passato, una serenità all'apparenza non più raggiungibile... ma era tutto finito. Mai più.
Erano lui e lei, lei e lui, ma non più loro: mai più.

...

26 Dicembre, h. 17.01: LUI

«e lasciarono le loro greggi al pascolo / nella tempesta, nell'uragano e nel vento»

L'uomo, con il viso celato tra le mani, piange silenziosamente.
Potrebbe esserci la chiesa piena di persone e lui non se ne curerebbe; per un misericordioso disegno divino, però, o per caso, nessun occhio curioso si trova lì per osservare quelle lacrime.
Tempeste, uragani e venti di varia intensità si sono abbattuti sulla sua vita, e da tutti è riuscito a venire fuori... ma non dall'ultimo, terribile dramma: sette mesi prima, quando la più grande gioia si è bruscamente tramutata nel più grande dolore, quando ha avuto inizio la fine.
Ogni giorno il ricordo gli sta davanti, giudice eretto e accusatore, impresso a fuoco nella coscienza: una sciocchezza pronunciata per gioco, una distrazione, un singolo e breve secondo che ha cambiato tutto.

«e andarono senza indugio a Betlemme / per trovare il Bambino Benedetto»

Invece il loro bambino, di cui non sapevano neppure ancora se fosse maschietto o femminuccia, il loro primogenito che avrebbe dovuto nascere proprio nel periodo di Natale, se n'è andato a due mesi, due mesi dopo essere stato concepito, senza aver potuto aprire gli occhi alla luce del sole, senza aver potuto allungare le piccole braccia o stringere i pugnetti paffuti, senza aver potuto schiudere la bocca rosea in un sorriso verso i suoi genitori. Ed è stata colpa sua, tutta colpa sua perché si è girato verso di lei e non ha guardato la strada mentre guidava, e così per evitare di schiantarsi contro un camion sono finiti fuori strada, e l'attimo dopo... il sangue sulla fronte, il corpo inerte trattenuto dalla cintura e abbandonato di lato, e poi il panico, le sirene, l'affanno...
Egli si passa con furia il dorso della mano sul viso, asciugandosi gli occhi e il naso, e sa quale misera immagine dà di sé: lacrime violente che devono uscire per non esplodere dentro il cuore, e tuttavia non vi è mai stato tempo per versarle perché, nel desolato silenzio del dopo, ci sono state le lacrime di lei da asciugare, c'è stata la testa di lei da accogliere sul proprio petto, c'è stato quel corpo singhiozzante di donna da stringere tra le braccia... e infine c'è stata la colpa di lui che bruciava come fuoco.
È accaduto poco tempo dopo l'incidente, quando quel terribile rimprovero ha preso forma, insinuandosi tra di loro come un veleno lento ma letale: la colpa, l'orribile parola che ha incominciato a perseguitarlo, ed era un rimprovero vero e meritato, e lui è caduto in una tristezza non priva di una speranza chiamata Tempo. Il tempo che risana ogni ferita avrebbe steso una nebbia d'oblio anche su quella ferita sanguinante, e se non si poteva dimenticare completamente si poteva, anzi si doveva tornare a vivere con un cuore più leggero e un'anima riappacificata.
Ma così non è stato: sono umani, e non vi era una sola sofferenza in quella casa ma ve n'erano due, e anche lui era stanco e provato, e così i litigi, le discussioni, le liti scoppiavano per una parola, un gesto, uno sguardo sbagliati. Lei prendeva medicine su medicine e lui avrebbe voluto scagliare nella spazzatura tutti quei flaconi, avrebbe voluto scrollarla e stare di nuovo con lei, di notte, e ricostruire un nuovo presente sulle macerie del passato, e non vederla scivolare sempre più giù, ossessionata dalla colpa che forse sentiva anche propria per averlo distratto con le sue chiacchiere femminili mentre lui guidava.
Era una caduta continua giù da un baratro, senza un ramo a cui aggrapparsi, e un mese prima, alla fine, s'era aperto sotto di loro il vuoto ed erano precipitati: lei aveva scoperto una mail. Era lo stupido e provocante messaggio di una collega di lui, una collega un po' troppo audace, un pugno di frasi di sboccata passione per un uomo che non aveva la minima intenzione di andare a letto con un'altra, per un uomo che amava sua moglie di un amore profondo e sincero...
Se mai esisteva al mondo un sentimento quasi ideale, un legame matrimoniale quasi perfetto, ecco, era stato il loro... prima dell'urto, prima che la nave iniziasse a imbarcare acqua e colare a picco. Ma dopo lei non aveva sentito ragioni né giustificazioni: un tradimento oltre alla colpa, ed era stato il punto di non ritorno.
I cancelli dell'Eden sono stati chiusi a chiave e lui ne è stato scacciato: fuori, al freddo e al gelo, nelle tempeste, nell'uragano e nel vento, condannato all'infelicità.
Mai più, mai più, mai più...

...

26 Dicembre, h. 16.49: LEI

«lo trovarono in una mangiatoia / dove il bue si nutriva di fieno»

Ha ancora di fronte la terribile scenata accaduta a casa dopo il ritorno dall'ospedale: la ricorda come si ricorda un incubo, nettamente e orribilmente senza poter dimenticare.
Non appena avevano saputo della gravidanza, ebbri di gioia, si erano affrettati in una specie di frenesia giocosa a preparare ogni cosa... e poi c'erano stati l'incidente, il dolore, un'anestetica camera operatoria, e infine il mesto e sconsolato ritorno.
Ode di nuovo il proprio grido di rabbia impotente, rivede se stessa mentre si scagliava sulla culla e sulle tutine, sui ninnoli e sui peluche; era caduta in ginocchio, piangendo, ed era rimasta lì come un angelo di distruzione, tra il lettino rovesciato e i peluche fatti a pezzi, sotto gli occhi attoniti e vuoti dell'uomo che, senza osare fermarla, s'era appoggiato alla soglia della cameretta come un uomo che dovesse sostenersi per non crollare a terra.
Un giaciglio di stracci le sarebbe bastato, per quel piccolo mai nato, perché il suo amore di madre gli avrebbe donato tutto il calore di cui avrebbe avuto bisogno per la vita; ma non erano servite né culla né mangiatoia, né villetta né stalla per la povera creaturina morta anzitempo.
Incurante dello sguardo indiscreto del barista che, con un bicchiere e una spugna in mano, la osserva, la donna respinge la tazzina di caffè ancora piena e poi si preme le dita sulla bocca per soffocare un singhiozzo. Quante volte ha pianto stretta a suo marito e, all'inizio, per quante notti l'ha respinto dal loro letto finché, gradualmente, lui non è più venuto. Silente e mansueto come un'ombra si è adattato ad ogni suo capriccio, ad ogni isterismo, per giorni e settimane... e poi...
Ella si copre il volto per una sorta di pudore, per celare le proprie lacrime: lo vede, ora, lo vede bene come una scena nitida e chiara dopo aver assistito allo stesso film su uno schermo sfocato. Il sacrificio, il paziente annullamento di sé che lui aveva accettato, e tutto per lei, perché lei trovasse il coraggio di riemergere dal pozzo in cui era caduta; e invece lei aveva continuato ad affondare e vi aveva trascinato lui.
Quando erano cominciate le liti? Discussioni che divampavano per ragioni inesistenti, a causa della loro crescente stanchezza, di quello stato d'animo che era come una morte interiore, ora dopo ora: la colpa, la colpa che lei gli aveva rinfacciato, ma che forse non era stata che una fatalità, e forse il disastro sarebbe accaduto comunque, lì o altrove, allora o in un altro momento. Eppure lei non aveva ancora perdonato.
E poi, un mese prima, quella mail scoperta per caso, mentre cercava nella posta di lui tutt'altro messaggio: voleva rintracciare una banale ricevuta per controllare il conto in banca, aveva trovato, giunta quasi in quell'istante, un'ardente lettera di passione firmata da una donna, e indirizzata senz'ombra di dubbio al suo uomo... e allora, dopo averla riletta venti volte, ferocemente e selvaggiamente per imprimersela in mente, per accertarsi di non essere vittima di allucinazione, si era lasciata cadere su una sedia e lì era rimasta per ore, e l'unico sintomo di vita era il respiro corto e affannoso...
E poi, dopo, tutto assumeva i contorni del sogno delirante: i vestiti di lui gettati in un trolley, il suo spazzolino, il rasoio, l'acqua di colonia, gli indumenti più intimi, e poi le urla, le accuse, l'intimazione - mai più! - che si ripeteva, rimbalzava sulle pareti e nella strada nebbiosa e bagnata, e la porta sbattuta, e le orecchie turate per non sentire più niente, per cancellare quell'affronto orribile, orribile... un'altra donna tra le braccia di lui, un'altra bocca femminile su quella bocca maschile che apparteneva a lei sola, e lei non aveva potuto, saputo, voluto sopportare, né sentire spiegazioni, né perdonare.

«Sua madre Maria, inginocchiata accanto al Signore / pregava»

Lui non si era messo in ginocchio fisicamente, ma nello spirito si era forse ridotto a strisciare davanti a lei pur di farsi ascoltare: telefonate, sms, mail, persino una lettera scritta a mano e imbucata di persona nella cassetta vicino al cancello... ma non gli aveva mai risposto, mai. Serratura e numero cambiati, e una settimana prima l'uomo aveva smesso di cercarla: d'altronde l'aveva udita bene quando gli aveva gettato contro quelle parole, e "mai più" significa soltanto una cosa.
La donna solleva gli occhi arrossati e guarda il mondo di fuori: qualche bambino sorridente per mano ai genitori, coppie giovani e anziane, gruppetti di adolescenti... ieri era Natale e lei l'ha trascorso da sola, chiusa in una casa senza decorazioni, senza albero, senza Presepio, senza aver voluto vedere nessuno della sua famiglia perché la sua famiglia era lui e lui non era lì, e lei non voleva nessun altro a intromettersi nel suo dolore. Un Natale senza niente, perché non ha avuto voglia di fare niente... e poi la colpisce un inaspettato pensiero: forse anche lui è stato solo, solo come un cane, da qualche parte della città.
Nonostante tutto, a dispetto dell'adamantina convinzione di aver ragione, rammenta alla perfezione quella lettera scritta a mano, le mail, gli sms, i messaggi lasciati nella segreteria vocale, e tutte le spiegazioni e le giustificazioni si traducono in poche, semplici parole: «Almeno per questo io non ho colpa! Non ti ho tradito, non l'ho mai voluto, non ho mai incoraggiato l'altra né nessun'altra».
Avverte un tuffo nel petto e, per la prima volta dopo mesi, nonostante le dosi quotidiane di medicinali la gettino in una specie di continuo stordimento, le pare di essere lucida e di comprendere: neppure per la perdita del suo, no, del loro bambino lei ha diritto di accusarlo, e tantomeno per questo supposto tradimento coniugale. Lui ha cercato di chiarire il malinteso, lo ha tentato in tutti i modi possibili e immaginabili, e lei invece ha eretto un muro, l'ha giudicato colpevole e condannato e ha rifiutato qualunque idea che potesse opporsi alla sua convinzione.
Ha fatto questo, eppure non c'è stato istante in cui, come una spina conficcata in profondità, la solitudine e l'abbandono l'abbiano lasciata in pace; no, nemmeno per un momento, mentre la coscienza annebbiata dal risentimento, dal puntiglio, dalla depressione, le gridava l'amore di lui, l'innocenza, la fedeltà.
E come ha ella ripagato tutto ciò? Come ha ricompensato l'abnegazione, la devozione, e quello sguardo triste che per mesi l'ha guardata impotente, incapace di trovare una soluzione mentre lei si lasciava andare e, quasi volutamente, continuava ad affondare senza reagire, senza far caso alla mano sempre tesa?
Le sfugge un sospiro dalle labbra, un sospiro che sale dalle fibre più intime e dagli abissi dell'anima. Si solleva con gesti quasi meccanici, estrae delle monete e le lascia accanto al caffè, poi s'infila il cappotto e se ne va, senza salutare, senza guardarsi intorno, mentre alla radio le ultime note della canzone si spengono dolcemente.

...

26 Dicembre, h. 17.04: LORO

Vuole andare nella chiesa dove si sono sposati: come le voglie che assalgono le future mamme, lei è stata assalita da questo desiderio spasmodico e insopprimibile. Cammina in fretta per il centro storico, godendo, per la prima volta dopo mesi, di qualche cosa: il nevischio sul viso e l'aria fredda sulla pelle le sembrano stranamente belli e piacevoli. Ogni suo pensiero è focalizzato sul portale di legno spalancato, sulle antiche pietre del pavimento, sul Presepio che certamente avranno allestito...
Vuole vedere il Bambino, vuole inginocchiarsi anche lei, vuole piangere ancora e forse, stavolta, saranno lacrime di espurgazione, e il suo cuore potrà tornare limpido, e poi... poi... lo cercherà, se lui vorrà essere trovato, e gli parlerà, se lui vorrà ancora ascoltarla... e forse, forse potranno esserci un nuovo presente, un nuovo futuro, e un'altra culla per una nuova vita.
Entra, esitante e quasi timorosa, e come un'eco la accoglie di nuovo quel bellissimo canto, sentito alla radio del bar in una versione celtica e un po' pagana e interpretato in chiesa da voci gregoriane:

«Ora al Signore cantate lodi / voi tutti che vi trovate in questo luogo»

Respira con forza: c'è un vago tepore nell'aria, si avvertono profumo d'incenso e odore di fumo di candele. La musica continua, lenta e solenne, attraverso invisibili altoparlanti, accompagnando i suoi passi incerti.
Da lontano scorge ciò che ha anelato di vedere: il Presepio, meraviglioso nella sua semplicità. Ce n'è anche uno molto più grande che occupa un'intera cappella laterale, con muschio, rami, persino una vaschetta con dei pesci rossi, ma è diverso: questo è adatto per essere ammirato mentre l'altro più semplice, sull'Altare, con soltanto Giuseppe e Maria amorosamente inchinati su Gesù Bambino e attorniati dal bue e dall'asinello, suscita la preghiera e innalza l'anima verso i cieli.
La donna si arresta a metà della navata e si preme una mano sul seno, come a voler trattenere la corsa del cuore: c'è un uomo laggiù, nei primi banchi... un uomo curvo, ripiegato su se stesso...
Non può vederlo in volto eppure sa chi è; lo sa, e sa perché è lì: nei quattro anni passati, sempre, immancabilmente, loro erano abituati a venire insieme in questa chiesa quasi ogni giorno, durante le festività di Natale. Una preghiera per loro e il loro Amore, un ringraziamento per un altro anno trascorso, un rito per ricordare le nozze e rafforzare all'ombra di Dio il tenero legame che li univa.
E quest'anno, invece, ci sono venuti, sì, ma separati, con il petto gonfio di tristezza e il viso sfigurato dalle lacrime; lui piange, piange da straziare il cuore, e sembra che non gli importi di nulla... che qualcuno possa vederlo, sentirlo, inarcare le sopracciglia perché comportamenti di questo genere sarebbero da tenere chiusi nella propria casa, perché in pubblico bisogna portare una maschera...
Ella barcolla e deve appoggiarsi a una colonna, ma non è che un istante; riprende ad avanzare, e la sua mente brucia: se la rifiuterà, se la scaccerà da sé... ma no, non vuole pensare a questo. Forse, invece, potrà ripagarlo, forse stasera sarà lei a raccogliere quelle lacrime, a confortarlo, a lenire il suo dolore...

«e in vero amore reciproco / abbracciatevi ora l'un l'altro»

Egli non si è accorto di lei; la schiena sussulta sotto una disperazione che lo assale con violenza crescente, le orecchie rimbombano del suo stesso pianto e non ode più quelle note, non ode la voce del canto che assomiglia a un coro di angeli.
Sobbalza quando qualcosa gli sfiora la spalla; si solleva di scatto e vuole girarsi, imbarazzato per essere stato colto così da un estraneo, e allora il suo volto congestionato incontra i lineamenti a cui non ha smesso di pensare neppure per un momento, in quel lungo, interminabile mese di separazione...
La donna lo guarda negli occhi e vi legge in un riflesso lo stesso inferno che ha passato lei, nelle notti insonni e nella nausea di quei giorni di solitudine.
Il suo braccio scivola sulle larghe spalle, i capelli ricadono sul viso mal rasato e lacrime di commozione bagnano la fronte dell'uomo.
La mano di lui, un poco tremante, raggiunge la testa fiduciosa che gli si abbandona contro e l'accarezza, poi, con un movimento convulso, si rizza in piedi come a volersi divincolare, ma è solo un momento: prende la donna tra le braccia e la stringe a sé in un abbraccio muto e forte.
Nessuno di loro due ha pronunciato una sola sillaba, ma non è tempo per vane parole: non sarà più "mai più", ora, ma «novella di conforto e gioia / in questo tempo santo del Natale».


domenica 15 novembre 2015

Gli scarafaggi non hanno Re - Daniel Evan Weiss

TRAMA: Quando Ruth Grubstein, la sua ragazza, si trasferisce da lui, Ira Fishblatt fa ristrutturare la cucina per farla sentire a casa sua. Lei ne è felicissima. Non così centinaia di altri ospiti dell'appartamento: una banda di scarafaggi filosofi che se la passavano benissimo prima di venire stanati, affamati e perseguitati da Ruth. La carestia li uccide a poco a poco finché uno di loro, Numeri, escogita un piano: con l'involontaria collaborazione di uno spacciatore locale, le blatte incoraggiano un idilio tra Ira ed Elizabeth, la graziosa vicina di casa e si tolgono dai piedi Ruth e la sua fissazione per il pulito. Intanto c'è sempre l'ex ragazza di Ira, la cui passione è quella di gettare scompiglio e roba da mangiare in giro per la casa...

PUBBLICATO DA:  Feltrinelli (1994), 242 pp. - 8,00 €

VOTO: 6/10

GIUDIZIO:
Numeri è uno scarafaggio della specie “blattella germanica” nato nel libro della Bibbia, su uno scaffale nella casa di Ira Fishblatt, un avvocato che difende gli emarginati della società. Assieme a lui una numerosa comunità di “cittadini” popola l’appartamento di Ira e prosperano del cibo generosamente fornito loro dalla sua compagna, la Zingara. Un bel giorno però la Zingara sparisce, e al suo posto compare Ruth, maniaca dell’igiene e attentissima in cucina e per la comunità inizia il declino. Numeri si interroga su come poter riportare al benessere la comunità, e si interroga anche sul genere umano, osservando il cambiamento di Ira.
Trovo questo libro molto interessante, in quanto offre un nuovo punto di vista sul genere umano, offertoci dai pensieri di uno scarafaggio. Per la precisione uno scarafaggio filosofo, che osserva e commenta la vita degli esseri umani. Nel romanzo vi è un ribaltamento della realtà, che vede nelle riflessioni di Numeri l’incomprensione verso il genere umano. Così come noi esseri umani proviamo disgusto verso gli insetti, Numeri prova disgusto verso il genere umano che uccide ogni “cittadino” della sua comunità.
Numeri tenta qualunque mossa per allontanare Ruth da Ira e farlo tornare con la Zingara. Non è semplice per lui convincere la comunità di blattelle a collaborare: essendo insetti, le blattelle non hanno il senso della comunità, ciascuna di loro pensa prima a sé stessa. Così tra piani diabolici, fallimenti e la perdita della sua amata, Numeri non ha pietà per nessuno nel battersi per impedire l’estinzione dei cittadini dell’appartamento, in un misto di imprese e riflessioni sia comiche che drammatiche.

Weiss è stato molto abile a costruire la trama di questo romanzo, ogni capitolo si incastra perfettamente nell’ingranaggio che fa ruotare questa storia. Tuttavia trovo che la traduzione italiana sia da aggiornare in quanto certe frasi sono complesse e appesantiscono molto la lettura, soprattutto nelle riflessioni filosofiche che nascono nelle conversazioni tra Numeri e gli altri cittadini. Per il resto penso che sia un libro insolito e curioso, che fa quasi provare simpatia per gli scarafaggi.









martedì 3 novembre 2015

La brutta e cattiva. La ricetta delle occasioni ritrovate - Viviana Giorgi

TRAMA:[Ingredienti] 1 grande confezione di amicizia sincera ed eterna; 1 cucchiaiata abbondante di ricordi dolci; 1 cucchiaino di ricordi amari, amori passati e amori presenti, e di occasioni perdute; un pizzico di speranza e uno di voglia di ricominciare; molte risate, qualche battibecco, qualche goccia di acqua di mare, qualche lacrima; 1 cane bruttarello e goloso [Preparazione] Nella grossa ciotola della vita mettete quattro amiche d’infanzia ormai quarantenni, i loro ricordi, quelli amari e quelli dolci, le loro delusioni e le loro speranze, i loro amori felici e quelli infelici. Aggiungete uno a uno gli altri ingredienti e montate il tutto con delicatezza fino a quando i grumi delle occasioni perdute si saranno dissolti. Infornate e lasciate riposare una notte (meglio se in un luogo dove l’aria profuma di mare e di aghi di pino). Prima di servire, decorate con una spruzzata di stelle e con alcune note delle vostre canzoni del cuore. Gustate la “brutta e cattiva” insieme agli amici veri, con l’avvertenza di tenerla fuori dalla portata dei cani bruttarelli e golosi (se no se la mangiano tutta). [Rimedio] È la ricetta delle seconde opportunità, utilissima per riscoprire, con l’aiuto degli amici più cari, il coraggio e la speranza che si credevano persi per sempre, per fare delle occasioni perdute le vostre occasioni ritrovate.

PUBBLICATO DA: Emma Books - 0,49 € pg.54 ( QUI per comprarlo)

VOTO: 7.5/10

GIUDIZIO:
Questo libro è breve,semplice nonché di lettura facile ed immediata. La storia è piuttosto easy e breve ma allo stesso tempo ha la capacità di creare quella perfetta illusione  che ti fa credere di conoscere le protagoniste da tutta una vita. Queste quattro donne, Chicca, Bri, Daniela e Alice, vivono tutte a Milano, sono sulla quarantina e si conoscono praticamente da sempre.Tutte sono prese dal vortice delle loro singole esistenze, ma nonostante gli anni passino velocemente, nonostante tutti gli avvenimenti che dividono le loro strade giorno dopo giorno, continuano imperterrite a vedersi ogni anno,ossia il 1 Giugno, in onore di una ricetta creata quando avevano tutte 11 anni "La  brutta e cattiva" una torta tanto orribile quanto orrenda. Il dolce,ovviamente, è solo un espediente per continuare a mantenere saldo e inalterato un rapporto che va avanti da quando le protagoniste erano bambine. 
Ed è questo il punto forte del libro:l'amicizia. Questo sentimento intenso,forte che va al di là delle barriere del tempo e dello spazio e che è in grado di legarci ad una persona forse anche più del tanto decantato amore. E per loro è così. Non importa quanti anni siano trascorsi, cosa è successo alle loro vite, né tanto meno quanto siano diverse l'una dall'altra. Questo sentimento non smetterà mai di unirle.
Nonostante la semplicità della scrittura, nonostante la brevità delle pagine, questo libro riesce a dipingere un quadro chiaro e cristallino dei sentimenti di queste donne e forse, di tutte le donne che  si avvicinano inesorabilmente alla mezza età con un bagaglio di esperienze,vissuti e delusioni sempre più grandi e importanti.
Un complimento all'autrice di questo romanzo e alle sue ottime doti narrative.



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lunedì 2 novembre 2015

Legami di sangue - Diana Gabaldon

TRAMA:Claire Fraser, l’affascinante viaggiatrice nel tempo protagonista della serie Outlander, si è ormai abituata alla vita dell’America nel Settecento e assiste con animo consapevole ai rivolgimenti che porteranno alla nascita degli Stati Uniti, anche se, nel 1778, agli occhi dei contemporanei, la situazione è ancora incerta. Washington ha costretto gli inglesi ad abbandonare Philadelphia e incomincia a profilarsi l’indipendenza delle colonie, ma l’elemento veramente rivoluzionario nella vita di Claire è il ritorno dell’adorato marito Jamie, dato per morto, il quale scopre che Claire si è nel frattempo risposata con Lord John Grey, il suo più caro amico.
Intanto, nella Scozia del Ventesimo secolo, la figlia di Claire, Brianna, è disperata perché il primogenito Jem è stato rapito da un individuo determinato a scoprire il mistero del cerchio di pietre che fa viaggiare nel tempo. Il marito Roger si avventura nel passato alla disperata ricerca di Jem, senza sospettare che il bambino in realtà è più vicino nel tempo di quanto non creda…
PUBBLICATO DA:Corbaccio € 19,60 - pg.672

SAGA:

  1. La straniera - Outlander, 1991
  2. L'amuleto d'ambra - Dragonfly in Amber, 1992
  3. Il ritorno - Dragonfly in Amber, 1992
  4. Il cerchio di pietre - Voyager,1994
  5. La collina delle fate - Voyager,1994
  6. Tamburi d'autunno - Drums of Autumn, 1997
  7. Passione oltre il tempo - Drums of Autumn, 1997
  8. La croce di fuoco - The Fiery Cross, 2001
  9. Vessilli di guerra - The Fiery Cross, 2001
  10. Nevi infuocate - A Breath of Snow and Ashes, 2005
  11. Cannoni per la libertà - A Breath of Snow and Ashes, 2005
  12. Destini incrociati - An Echo in the Bone, 2009
  13. Il prezzo della vittoria - An Echo in the Bone, 2009
  14. Legami di sangue - Written in My Own Heart's Blood, 2014
  15. Prigioniero di nessuno - Written in My Own Heart's Blood, 2014

VOTO: 5/10

GIUDIZIO:
(spoiler allert)
Delusione totale. Sono fan di questa saga dal lontano 2008. Ho sempre letto con piacere e voracità tutti i libri della serie e ho sempre ammirato Diana Gabaldon,l'autrice, per le sue incredibili doti narrative, doti che le consentono di scrivere in maniera complessa ma comprensibile allo stesso tempo(QUI per leggere l'articolo che le ho dedicato). In questo volume ritroviamo  i protagonisti dopo molti anni e si fa subito un po' di difficoltà a riallacciarsi alla trama mancando una sorta di introduzione, ma non è solo questo il problema. Il punto sta nel fatto che  ci ritroviamo più di 600 pagine da leggere  piene di descrizioni e di eventi totalmente inutili al fine della narrazione stessa. Per carità tutto è scritto sempre incredibilmente bene, ma secondo me l'autrice avrebbe potuto  comporre 200 pagine mantenendo inalterata la qualità  della storia evitando di divagare all'infinito. Faccio un esempio Jammie è stato rapito alla fine del ultimo libro:Abbiamo qui una serie infinita di pagine per descrivere degli avvenimenti inerenti che sarebbero potuti avvenire in una trentina mantenendo anzi un ritmo narrativo molto alto e un livello di pathos notevole. Invece mi ritrovavo ad oscillare tra lo sbadiglio e la rabbia ad ogni pagine girata, letta e rivelatasi inconcludente con l'inserimento,anzi, di numerosi dialoghi, personaggi e micro situazioni totalmente inutili. Avvengono sì degli eventi interessanti (Roger nel passato, Brianna che si appresta a tornare) ma sono persi in un marasma di parole che personalmente ho trovato inutili e che mi hanno fatto annoiare incredibilmente tanto. Scorrevo le pagine e succedevano continuamente una marea di futilità incredibili e non riesco a capire perché l'autrice si sia persa in un bicchiere d'acqua. Con un po' di sintesi sicuramente  si sarebbe acquisita una notevole qualità.
Quello che mi viene da pensare è che sicuramente il secondo volume (ebbene si, ricordiamoci che Corbaccio ha avuto la bella pensata di dividere ogni volume in due per spillarci più soldi)  sarà narrativamente migliore e più interessante,avendoci la Gabaldon abituati a prime parti un po' più tranquille e a finali decisamente scritti con un ritmo sostenuto. Tengo le dita incrociate perché non vorrei proprio che scadesse, essendo questa la mia saga preferita in assoluto.


CURIOSITA':E' stato tratto un telefilm da questa saga, pubblicato dalla STARZ. E' in lavorazione la seconda stagione che uscirà nel 2016.






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