mercoledì 18 novembre 2015

Racconto n.3 - Un gioiello raro

Era la settimana prima di Natale, ma l’atmosfera legata alla festività imminente non aveva reso tutti più buoni, anzi, proprio il contrario. Si era presentata a ben tre colloqui di lavoro quel giorno, ed erano andati uno peggio dell’altro. Non le restava che una speranza: Alice Schiano, accomodatrice di professione. L’annuncio che aveva fatto pubblicare sul giornale diceva che cercava una segretaria. Giulia non aveva la minima idea di cosa facesse un’accomodatrice, probabilmente era una specie di architetto per interni, specializzata in ambienti confortevoli… Non aveva importanza in fondo, visto che le mansioni di una segretaria erano più o meno le stesse, in qualunque settore si ritrovasse a lavorare. E lei aveva già esperienza in molti settori, avendo cambiato sei impieghi solo nell’ultimo anno.  Proprio non capiva perché i suoi superiori la prendessero quasi immediatamente in antipatia. Quelli che lei considerava pregi: la sua sincerità, la schiettezza, la precisione, i modi diretti e senza tanti fronzoli, per loro diventavano difetti insormontabili. Proprio non se ne capacitava. Sua sorella le aveva detto che sarebbe bastato tenesse chiusa la bocca ogni tanto, per riuscire a tenersi un lavoro, ma non ne era capace, se vedeva qualcosa che non andava doveva farlo notare, senza mezzi termini, era più forte di lei.
Si presentò alla signorina Schiano con ben poco ottimismo e lei non contribuì di certo a sollevarle il morale, quando le annunciò di aver chiamato diversi suoi ex capi per sentire cosa avevano da dire nei suoi confronti.
-Devo ammettere che non hanno avuto remore nel dipingerla come un'impiegata capace, ma scomoda. Saccente, bacchettona, irrispettosa, insolente, ostinata, so-tutto-io, sono alcuni degli aggettivi più ricorrenti che hanno usato per descriverla. In parole povere, sa fare bene il suo lavoro, ma averla in ufficio sembra sia insopportabile. Ha qualcosa da dire a proposito?
Giulia la fissò truce. Non intendeva a lasciarsi intimidire, anche se la donna che aveva davanti la sovrastava di almeno dieci centimetri. La signorina Schiano era una mora di circa trent’anni, alta e ben piantata, con due spalle larghe tipiche di chi ha praticato molto nuoto. Le ricordava un poco Xena la principessa guerriera, a pensarci bene, ma questo non l’avrebbe frenata dal dire ciò che pensava.
–Direi che sono stati dei maleducati e che non avrebbero dovuto tirare in ballo delle impressioni personali e del tutto soggettive, in ambito lavorativo. Questo è solo indice di poca professionalità.
Sorprendentemente, la bocca di Alice Schiano si aprì in un largo sorriso –Ben detto. Vedo che non ha peli sulla lingua, proprio come mi avevano riferito. Questa sua schiettezza è proprio ciò che cerco nella mia segretaria, oltre all’efficienza, naturalmente. A volte, nel mio lavoro, io tendo un poco a esagerare e ho bisogno di qualcuno che non abbia remore a frenarmi.
Giulia francamente non riusciva a immaginare in cosa un’arredatrice potesse mai esagerare. Colori troppo sgargianti? Mobili troppo astratti e moderni? Comunque se voleva qualcuno che non avesse problemi a dirle in faccia che una sua scelta di stile faceva schifo, lei ci sarebbe riuscita benissimo.
-Inoltre –continuò Alice – sarà molto importante che sappia gestire con polso i clienti, poiché la mia professione può dare adito ad alcune problematiche riguardanti il rapporto con il pubblico e i nostri assistiti. Alcuni animi potrebbero accendersi e noi dobbiamo saperci tutelare.
Non riusciva a credere che la gente si azzuffasse per dei mobili o dei complementi d'arredo, ma rimase zitta, mentre la signorina Schiano proseguiva con il suo discorso -Credo che lei potrebbe essere la persona giusta per il ruolo di mia segretaria, ma...
Immaginarsi se non c'era un ma, pensò Giulia.
-Prima voglio sottoporla ad un piccolo test. - concluse Alice Schiano.
-Che tipo di test?
-Niente di complicato, non si preoccupi. Il mio lavoro spesso richiede l'uso di specifici accessori e siccome il loro acquisto sarebbe troppo oneroso, ho stretto accordi con diversi negozi per poterli affittare a prezzi d'occasione. Purtroppo però, uno dei commercianti che ho contattato continua a rifiutare ogni mia offerta. Voglio che lo convinca lei.
La richiesta era insolita, ma aveva senso. Un'arredatrice probabilmente doveva mostrare ai suoi clienti possibili arredi e oggetti d'arte varia in continuazione, non poteva certo acquistarli tutti di tasca propria -Di che negozio si tratta?
-La gioielleria Luna blu, in via Mascagni n. 5.
Perché mai un'arredatrice aveva bisogno di affittare dei gioielli? Riuscì appena a trattenersi dal chiederlo ad alta voce. Chi mai poteva capire questi artisti? Forse li usava per abbellire i lampadari o per indossarli a importanti serate mondane, dove promuoveva delle case o cercava clienti... Non importava. L'unica cosa che contava era ottenere il lavoro e questo test sembrava fatto apposta per lei. Era bravissima a costringere le persone a darle retta, volenti o nolenti. Nessuno poteva rivaleggiare con la sua testardaggine.
-Se li convincerò, l'impiego sarà mio?
-Sì. Oggi è il 23 dicembre, crede di potercela fare entro il 28 dicembre? So che è poco tempo, ma i miei incarichi spesso richiedono azioni tempestive e la mia segretaria deve provare di saper agire bene e in fretta, anche sotto pressione.
Era pochissimo tempo e quasi tutto festivo, ma poteva farcela.
Giulia annuì -Il 28 ci vedremo qui e le consegnerò un contratto, già firmato dal gioielliere, in cui si impegna ad affittarle a un prezzo vantaggioso i suoi gioielli.

24 Dicembre

Era la Vigilia di Natale e Giulia era pronta alla battaglia. Aveva scoperto che Luna blu era una piccola gioielleria di proprietà di un certo Massimo Breviglieri, che la gestiva personalmente, con l’aiuto di un solo altro impiegato. Non si trattava di una delle blindatissime e carissime gioiellerie milanesi sulla bocca di tutti, perciò supponeva che convincere il proprietario a collaborare sarebbe stato semplice, ma la sua supposizione si rivelò sbagliata.
Breviglieri la ignorò bellamente, quando gli presentò la proposta di collaborazione con Alice
Schiano. –Ho già parlato con lei diverse volte e sono stato molto chiaro. Non intendo prestarle alcun gioiello. Non occorre ne faccia una questione personale, io non li presto a nessuno, né li affitto. Al massimo, per promozione, posso metterli in mostra, ma solo sotto la mia personale supervisione. Non mi posso permettere un’assicurazione che mi risarcisca completamente, in caso smarrisca qualche pezzo.
Giulia non intendeva certo arrendersi al primo rifiuto -Devo insistere. Non ha neppure guardato il contratto. Come può rifiutare un’offerta che non conosce nemmeno?
-Posso, perché non mi interessa.
-Il suo è un comportamento stupido e immaturo.
-Cosa?- la guardava come se fosse pazza, solo perché aveva analizzato oggettivamente la situazione.
-Rifiutare un offerta che potrebbe essere vantaggiosa, senza neppure guardarla, è qualcosa che un bravo uomo d’affari non farebbe mai. Va a detrimento dei suoi guadagni, è del tutto illogico e perciò stupido.
-Si rende conto che è qui per convincermi ad ascoltarla e mi ha già dato dello stupido ben due volte? Le sembra il modo migliore per rabbonire una persona?
-Non sono qui per addolcire nessuno, si tratta d’affari. Le offro un’occasione per guadagnare qualcosa e contemporaneamente farsi pubblicità, non c’è bisogno di indorare alcuna pillola, è già palese che le conviene firmare. Faccio appello alla sua logica.
Breviglieri le lanciò uno sguardo di sfida -La mia logica mi dice di rifiutare.
-La interpelli di nuovo.- ribatté Giulia.
Lui si limitò a voltarle le spalle, senza neppure risponderle e tornò a servire i clienti.
Giulia si sistemò su un divanetto nell’ingresso e si preparò a una lunga attesa. Non si sarebbe mossa di lì, finché lui non le avesse dato retta. Se non altro la vista non era niente male. Massimo Breviglieri era un gran bel ragazzo, sulla trentina, con ricci capelli castani. Non altissimo, ma con un bel fisico, era dell’altezza giusta per lei, che con il suo metro e sessantacinque, doveva spesso storcere il collo per poter guardare negli occhi le persone. Peccato che non capisse niente.
In pausa pranzo ritornò all’attacco, presentandogli sotto il naso il contratto e bloccando la via del suo panino alla bocca –Lo legga.
Breviglieri sospirò, ma lo lesse. Poi la guardò e disse secco –Rifiuto l’accordo.
-Lo legga meglio.
-Sto esaurendo la pazienza. Vada via da sola o la sbatto fuori dal negozio.
-Ho tutto il diritto di stare qui, potrei essere una sua cliente o diventarlo da un momento all’altro.
La fissò torvo, ma non disse nulla.
Giulia rimase in gioielleria fino all’orario di chiusura. Non riuscì a farsi firmare il contratto, ma ascoltandolo parlare con i clienti, venne a sapere che la sera di Natale Breviglieri avrebbe partecipato a un gala organizzato dalla Signora Gornini Filandri a Palazzo Reale, per una raccolta fondi a favore di non si sa quale causa. Anche lei sarebbe stata là.

25 Dicembre

Era la sera di Natale, ma invece di essere al cenone organizzato dalla sua famiglia, Giulia si trovava davanti a Palazzo reale, pronta ad imbucarsi a una festa privata. Non aveva dubbi sul fatto che sarebbe riuscita a entrare, gli invitati erano numerosi e arrivano in gruppi disomogenei, che spesso si perdevano in convenevoli proprio davanti all’ingresso. Mimetizzarsi in mezzo a loro fu semplicissimo, anche perché era minuta e vestita di nero, come molte altre signore, e una volta dentro non le restò che trovare Breviglieri. 
Il gala si teneva nella Sala delle cariatidi e in effetti molti degli ospiti era proprio anziane cariatidi, perciò individuare il giovane gioielliere in smoking fu facile. Vicino a lui, in diverse teche, erano esposti alcuni suoi gioielli: delle preziose parure in diamanti, smeraldi e rubini per precisione, i cui colori richiamavano il tricolore italiano.
Lo avvicinò e gli sorrise. Lui si limitò ad aggrottare la fronte.
-Buon Natale.- gli disse, prima di allungargli di nuovo il contratto.
-Cosa diavolo ci fa qui? - sbottò Breviglieri, cercando di dominarsi e non urlare davanti a tutta quella gente, ma non riuscendo completamente nell'intento. Diverse signore si erano già voltate verso di loro.
-Le sto dando una seconda possibilità di tornare sui suoi passi e correggere il suo errore, firmando questo contratto.
 -Lei è pazza.- l’accusò il gioielliere, scuotendo il capo.
-Affatto. La mia mente è ben più lucida della sua. Sto cercando di aiutarla e lei nemmeno se ne accorge. Questa serata dovrebbe aiutare i suoi affari, giusto? Mettere in mostra i suoi gioielli a un evento a cui presenzia buona parte della Milano Bene dovrebbe procurale nuovi clienti. Almeno in teoria.
-Infatti.- le rispose lui a denti stretti.
Giulia indicò con la mano il tavolo che il catering aveva riempito di leccornie natalizie -Eppure c'è più gente intorno al buffet che non davanti alle teche, che stanno venendo bellamente ignorate. Non mi sembra una strategia di marketing vincente. È sposato, fidanzato, ha una compagna?
-No, ma cosa c'entra...?
-Lo immaginavo. Infatti è evidente che non capisce nulla di psicologia femminile, anche se le donne sono le sue principali clienti. Guardi e impari.
Giulia lo prese per un braccio e si diresse verso un gruppo di donne che stavano spettegolando lì vicino – Buonasera, scusate l'interruzione, ma volevamo chiedervi un'opinione riguardo una piccola disputa che abbiamo avuto. Io sostengo che sarebbe molto più carino e interessante vedere i gioielli indosso a modelle o ad alcune degli ospiti, invece che esposti in una fredda teca, mentre il signore sostiene il contrario. Voi cosa ne pensate?
La guardarono perplessa per qualche secondo, ma poi risposero una dopo l'altra.
-Vederli su una modella, abbinati a un abito da sera, sarebbe carino.
-Già, potresti vedere come si abbinano ad abiti di diversi colori e tessuti. Oppure che effetto fanno su una pelle abbronzata o pallida....
-E se stanno bene a chi ha un ampio décolleté, oppure no.
Giulia si girò verso Breviglieri, con un sorriso soddisfatto, poi lo trascinò verso altre due coppie a cui chiese la stessa cosa, ottenendo più o meno la stessa risposta.
Prima che importunasse tutti gli ospiti, lui si affrettò a portarla al centro della sala, dove alcune coppie avevano già iniziato a ballare sulla musica messa dal deejay della serata e, prendendola tra le braccia, la costrinse a seguire il ritmo.
-Ehi!- si lamentò lei, ma lui la zittì, tirandola più vicino a sé per sussurrarle -Ho capito dove vuole arrivare, ha provato il suo punto di vista, non occorre che faccia il giro di tutta la sala!
-Spero sul serio di averle aperto gli occhi. Lei ha un disperato bisogno di pubblicità. Ieri era la vigilia di Natale, il suo negozio avrebbe dovuto essere pieno, invece era deserto. Affittare i suoi gioielli è solo la prima di molte cose che potrebbe fare per migliorare i suoi affari.
-Non si stanca mai di dire agli altri ciò che devono fare?
Giulia alzò gli occhi al cielo –È tutta la vita che ho la sensazione di essere l’unica a vedere con chiarezza problemi e soluzioni intorno a me. Cerco sempre di dare una mano, di spiegare come molte cose potrebbero essere risolte o migliorate, ma nessuno mi ascolta. Nessuno vede ciò che io vedo. E ciò mi fa sentire diversa. Isolata. E non è solo una sensazione, la gente arriva al punto di evitarmi, perché vengo considerata una saccente rompiscatole, quando tutto ciò che cerco di fare è aiutare il prossimo. Se solo potessi lavarmi le mani dei fatti altrui, non interessarmi di ciò che avviene intorno a me, mi creda, lo farei. Mi eviterei una montagna di problemi! Avrei un lavoro, tanto per cominciare, e stasera sarei con la mia famiglia e i miei nipotini invece che qui, a venire giudicata ancora una volta! Ma io non sono fatta così, rifiuto di lasciarmi intimidire dagli altri o di arrendermi alla prima difficoltà. Vado avanti per la mia strada e al diavolo ciò che pensa la gente. Io ho la coscienza posto e tanto mi basta! 
Lui la fissò per qualche minuto senza parlare, una luce pensosa negli occhi -Bè, senza dubbio ha coraggio, questo devo ammetterlo. Molti avrebbero già rinunciato a tentare di convincermi, ma lei no. E in effetti, i responsi che ho sentito mi hanno fatto riflettere.
-Firmerà il contratto?
-Ci devo pensare, ma me lo lasci. Lo voglio rileggere con calma.
-Potrebbe utilizzarlo come base, per creare contratti simili con altre aziende o professionisti di vari settori. La sua gioielleria ha bisogno di espandersi, le occorre qualcuno che le possa suggerire nuove idee e la aiuti a comprendere meglio il punto di vista femminile. Dovrebbe trovarsi una fidanzata. Qualcuno deciso, dinamico, che saprebbe darle le dritte giuste, ma non lavorasse per lei. Io, per esempio, saprei benissimo cosa suggerirle per migliorare i suoi affari e sono libera e disponibile.
Breviglieri sgranò gli occhi – Lei è veramente la persona più strana che io abbia mai incontrato. Non so neppure il suo nome di battesimo, ci siamo visti ieri per la prima volta, e solo per questioni lavorative. L’ho ignorata, trattata a pesci in faccia e fatto capire in ogni modo che non volevo niente a che fare con lei, e ora mi dice che sarebbe disposta a diventare la mia fidanzata!?!
Giulia sospirò –L’ho fatta arrabbiare di nuovo. Non lo faccio apposta, mi creda. Il mio problema è che non ho filtri fra il cervello e la bocca, se penso una cosa devo dirla. Se vedo un problema e capisco la sua soluzione, devo comunicarla all’interessato, anche se so che questo se ne risentirà, perché si sentirà sminuito e, per ricambiare, cercherà di sminuire me. È la storia della mia vita. E come se non bastasse, sono incapace di mentire. Non capisco, né ho mai capito, l’utilità delle bugie, perciò non le utilizzo, nemmeno per essere gentile. D’altronde come si può considerare gentilezza una menzogna, che altro non è che una presa in giro? Io la trovo attraente e non vedo motivo di nasconderglielo. Trovo anche che abbia bisogno di una fidanzata che l’aiuti nel suo lavoro, perciò perché non propormi? Però ha ragione, avrei almeno dovuto dirle il mio nome completo prima. Io sono Giulia Veghini e dobbiamo certamente darci del tu, ormai.
-Tu mi sconcerti Giulia.
-Non è una novità purtroppo, tendo ad avere questo effetto sulle persone.- gli rispose in tono rassegnato.
Lui la scrutava, come fosse un puzzle particolarmente complicato da risolvere -Non so se essere lusingato o spaventato. Una parte di me, è tentata di fuggire a gambe levate, ma un’altra è incuriosita dal modo in cui funziona la tua mente. E sono curioso di testare la tua sincerità cronica.
- Chiedimi pure tutto ciò che vuoi, al massimo mi rifiuterò di rispondere, ma non mentirò.
Una luce divertita gli accese lo sguardo -Sei una bionda naturale?
-Sì. Ma ne potrai avere prova, solo se diventeremo intimi, non prima.
-Sei attratta da me, fisicamente?
-Ti trovo estremamente carino e sei dell’età e dell’altezza giusta per me, due particolari molto importanti.
-Ti piaccio solo per il mio aspetto prestante, allora?
-Sei carino, ma se inizi a fare il pavone perderai punti, ti avverto. Sei in cerca di complimenti? Sono attratta dal tuo aspetto, ma non solo da quello. Anche se non ti conosco abbastanza per giudicare con cognizione di causa il tuo carattere, quello che ho visto mi piace. Nonostante la mia insistenza e i miei modi fin troppo schietti e diretti, non mi hai trattato male, né urlato più di tanto contro, e stasera invece di farmi cacciare via dai buttafuori, in quanto non invitata, quando ti ho messo in imbarazzo davanti agli ospiti, ti sei limitato a portarmi sulla pista da ballo. Sei stato un vero gentiluomo e non è cosa da tutti.
-Ho qualche speranza di portarti a letto stasera?
-Se berrò abbastanza champagne, credo proprio di sì. Ma credo anche che tu non sia il tipo che si approfitta di una debolezza altrui. Ho un’alta opinione del tuo carattere e non penso tu voglia deludermi. Mi sembri il tipo di persona che cerca sempre di accontentare gli altri e rispondere alle loro aspettative. Mi sbaglio?
Massimo sospirò –Purtroppo no. Ce l’ho scritto in fronte?
-No, ma ti ho visto con i tuoi clienti e sono piuttosto brava a giudicare le persone al primo sguardo. Non preoccuparti, se ci metteremo insieme, penserò io a fare in modo che le persone non pretendano troppo da te.
- È sicuramente un buon argomento per convincermi a non scappare dal tuo insolito corteggiamento, se lo possiamo chiamare così, ma avrei preferito un incoraggiamento più… fisico.
-Ti accontento subito - disse Giulia, prima di allacciargli le braccia al collo e alzarsi in punta di piedi, per baciarlo davanti ai circa ottocento invitati della festa di Natale.

26 dicembre

Questa prometteva di essere una buona giornata per Giulia. Finalmente avrebbe avuto in mano il contratto firmato, che le avrebbe permesso di ottenere il lavoro di segretaria della signorina Schiano, e forse avrebbe persino guadagnato un fidanzato grazie a questa assurda storia. Un nuovo impiego e un uomo sarebbero stati due regali di Natale molto graditi.
Purtroppo le sue aspettative finirono in frantumi davanti alla vetrina della gioielleria che era irrefutabilmente chiusa. Sulla saracinesca abbassata campeggiava un foglio su cui era stato stampata una breve e misteriosa frase: Non sono qui.
La sera prima Massimo le era sembrato intrigato e incuriosito, quando le aveva dato appuntamento lì quella mattina... invece doveva averlo spaventato. Era abituata a una tale reazione, eppure lui le era sembrato diverso. Non poteva essersi ingannata a tal punto.
Rilesse almeno dieci volte quella frase, mentre il suo cervello lavorava a mille all'ora. Non era ciò che avrebbe scritto qualcuno che non voleva più essere importunato da una pazza. Anzi... Non sono qui implicava che si trovasse altrove e che forse voleva che lei lo trovasse. Suonava come una sfida. E lei non si tirava mai indietro davanti a una sfida.
Consultò le Pagine Bianche e trovò facilmente il suo indirizzo di casa. Arrivò al portone del condominio e non si stupì di trovare di nuovo un foglio bianco con su scritto: Non sono nemmeno qui.
La prendeva pure in giro! D’altronde sarebbe stato troppo facile.
Rifletté su dove mai potesse essersi nascosto, le possibilità erano infinite, ma se voleva essere trovato doveva essere un luogo che lei conosceva e poteva associare a lui.
Decisa, si diresse all’ufficio di Alice Schiano. Le luci erano spente, tutto era chiuso, sulla porta a vetri campeggiava la scritta: Non sono nemmeno qui.
Per uno che aveva detto di non capire come funzionava la sua mente, Massimo sembrava saperla anticipare fin troppo bene!
Trovare l’indirizzo di casa della Schiano fu più complicato. Non era sulle pagine bianche, ma il sito dell’agenzia riportava un numero di cellulare, che incrociato con i dati di Linkedin e altri siti fornì un recapito.
Lì non trovò ad attenderla alcun biglietto, il che sembrava promettente. Suonò il campanello, e la signorina Schiano scese ad aprirle la porta con espressione fin troppo pimpante -Salve! Mi spiace dirle che Breviglieri non è qui. Mi ha chiamato prima, avvertendomi che forse sarebbe passata e di girarle questo messaggio. La cosa mi ha alquanto incuriosita, spero che poi mi racconterà tutta la storia una volta che verrà a consegnarmi il contratto. Adoro gli intrighi! D’altronde con il lavoro che faccio è normale.
-Cosa c’entrano mai gli intrighi con l’arrendamento?
-Lei crede io sia un’arredatrice?! Oh no! Il mio impiego è molto più interessante! Vedrà che non si annoierà mai con me! Mi sembra molto portata per il mio settore. Ma non voglio rovinarle la sorpresa. Domani mi porti il contratto e le spiegherò tutto. Buona caccia!
Chiuse la porta e lasciò Giulia sul pianerottolo a riflettere. Dove cavolo poteva essersi cacciato Massimo?
La cosa più logica era che si fosse nascosto nell’ultimo posto, tra i luoghi a lei noti, in cui avrebbe guardato. Ma certo! Come aveva fatto a non capirlo prima?
Corse a casa sua e lo trovò ad aspettarla davanti alla porta. Quella mattina doveva aver aspettato che lei uscisse, per appostarsi poi davanti al suo appartamento.
Quando la vide arrivare, le sorrise –Hai fatto in fretta, speravo di farti girare di più, ho sistemato un sacco di biglietti in giro per Milano.
-Perché?
-Dovevo farmi desiderare un poco, non credi? Non potevo renderti tutto troppo facile, o avresti perso interesse.
Giulia scosse la testa. Si era dato tanto da fare per lei! E per attirarla, non per respingerla! Era incredibile. Nessuno aveva mai fatto niente del genere. Di solito si limitavano a scappare a gambe levate. Era quasi commossa. – Quindi ti interesso?
Massimo le prese il viso fra le mani e la baciò dolcemente sulle labbra, una carezza che la scaldò fin nel profondo, per l’attenzione e la cura con cui la stava sfiorando. Come fosse qualcosa di fragile e prezioso. Proprio lei, che veniva considerata da tutti una specie di bulldozer irrefrenabile.
-Sì, mi interessi, nel caso non l’avessi già capito. – le sussurrò, allontanando appena le labbra dalle sue. –Che tu ci creda o no, non mi capita tutti i giorni di venire inseguito da una bella donna, per di più incapace di mentire. Non voglio perdere quest’occasione. Sei un gioiello raro.
-Ora mi hai messo in imbarazzo. Cosa per niente da me. Non so cosa dire per ricambiare, non sono abituata ai complimenti. Di solito mi considerano solo una gran rompiscatole e non esitano a dirmelo. - ammise Giulia
-Meglio per me, se nessun uomo fino ad oggi ti ha capito. Altrimenti non saresti ancora single. Non sai quanto sia piacevole non doversi arrovellare per cercare di capire cosa pensi! Di solito bisogna cercare di intuire da mille segnali cosa vuole una donna, poiché non te lo dirà mai in modo chiaro e tondo, vuole che tu ci arrivi per istinto, convinta che se la ami davvero, devi saperlo e basta. Invece con te basta chiedere e a volte non bisogna fare neppure quello, poiché dici sempre spontaneamente ciò che ti passa per la testa. Come ora ad esempio. Nessuna donna di mia conoscenza avrebbe mai ammesso di non essere abituata ai complimenti, ma tu l'hai fatto senza problemi. Credo che potrei innamorarmi seriamente di te.- ammise Massimo, poggiando la fronte contro quella di lei.
Giulia gli sorrise -Bene! Perché io credo di volerti proprio sposare.
-Un uomo normale fuggirebbe sentendo questo, te ne rendi conto? - le confidò Massimo, solo per vedere il sorriso di lei divenire trionfante.
-Ma tu non sei normale, sei straordinario. Non per nulla ti ho scelto. E io non sbaglio mai.



martedì 17 novembre 2015

Racconto n.2 - Un Natale speciale

UN NATALE SPECIALE
“Ehi…psss…palla dorata…dico a te…”.
“Quante volte ti ho chiesto di non chiamarmi con quello stupido nome…”.
“Quale?...Palla dorata?...”.
“Non fare lo spiritoso…altrimenti….”.
“Altrimenti cosa?...Ma guardati, con tutti quei brillantini addosso e disegnini naif…più che una palla dell’albero di natale mi sembri …mi sembri…”.
“Ah, sentilo lui, il festone argentato…il re del jetset mondano…ti hanno mai detto che la coda di una puzzola è più attraente di te? Faresti bene a tapparti la bocca prima di parlare, visto che è quello che pensano tutti qua dentro…”.
“Vero!”
“Giusto!”
“Dai, fagli vedere chi sei!”
“Brava, palla dorata, cantagliene quattro, una volta per tutte!”
“Si, sono più di trecento giorni che lo sopportiamo…ora basta!”
Non ne possiamo più! Basta! Basta!”
Un coro di proteste si levò dal fondo dello scatolone di cartone.

Sì, avete capito bene: proprio uno scatolone di cartone, un grande ed ingombrante scatolone con la scritta COSE DI NATALE posto sul pavimento di una buia soffitta di un palazzo di una grande città.
A protestare erano tutti i decori di un albero di Natale: palle, festoni, stelle, candele, luci, oggetti di ogni tipo e forma, quegli stessi oggetti che voi probabilmente, anzi sicuramente, mettete ogni anno sul vostro albero di Natale e che ogni anno rivivono dopo essere stati dimenticati in scatole, scatoloni, cassetti, mobili di cantine, sgabuzzini, soffitte, garage e chi più ne ha, più ne metta.
Ebbene, non lo sapevate? Questi oggetti hanno un’anima, hanno sentimenti, parlano, vivono una vita che nessuno immagina…già, è assolutamente così.
Vivono.
Proprio l’altro giorno, addobbando il mio albero di Natale nel silenzio della mia casa, ho avuto  la netta sensazione che gli oggetti che stavo estraendo dalla scatola nella quale erano stati riposti l’anno precedente e quello prima e quello prima ancora, mi stessero osservando e volessero dirmi qualcosa.
E’ stato davvero un attimo, un piccolo, piccolissimo attimo, ma in questo brevissimo lasso di tempo mi è sembrato di scorgere sorrisi, ascoltare bisbiglii sommessi, sentire dei fremiti ogni volta che prendevo in mano qualcosa, insomma ho quasi avuto la certezza che stesse accadendo un piccolo miracolo: gli oggetti stavano prendendo vita…
Ci credete se vi dico che ho cominciato a parlare con loro?
Noooo?
E invece è così.
Abbiamo cominciato a parlare, io e loro!
Oh, è stato bellissimo, incredibile, emozionante, e spero che anche voi, al termine del mio racconto, proviate almeno una parte di quello che ho provato io!
No, non sono pazzo, non dite cose di cui potreste pentirvi…
Almeno non prima di aver ascoltato la loro storia, quella che mi hanno raccontato, una mattina di pochi, pochissimi giorni fa…

“Ehi! Ho appena detto di non voler essere chiamato palla dorata! Intesi?”
Le voci si spensero immediatamente.
Anche il festone argentato smise di parlare e si arrotolò a spirale come volesse farsi più piccolo appiattendosi contro un angolo della scatola.
Palla dorata (lo chiameremo così anche noi, ma senza farci sentire…) mugugnò ancora qualcosa, poi cambiò decisamente argomento.
“Fa caldo qui”.
“Dovresti cercare di liberarti di quella carta bianca con cui ti avvolgono ogni anno. Le palle di plastica non hanno alcuna carta che le possa coprire e non si lamentano mai…”, disse il filo di luci colorate che non aveva preso parte al coro di proteste.
“Non so sarebbe una buona idea..”, bofonchiò palla dorata. “Non mi piace stare nuda in mezzo a una miriade di oggetti che non fanno altro che guardarsi l’uno con l’altro col solo scopo di criticare e ridicolizzare l’altro. Preferisco morire di caldo..e poi quelle sono palle di plastica. Io sono di vetro e c’è una bella differenza..”.
“Ma come ti permetti?”, urlò piena di risentimento una delle palle gialle di plastica.
“Già, chi ti credi d’essere?”, aggiunse un’altra tremando dalla rabbia per ciò che aveva sentito. “Siamo palle anche noi e decoriamo l’albero esattamente come lo decori tu, palla dorata dei miei stivali!”.
“E dai, ragazze, non volevo mica offendere! Ma è innegabile che il vetro è diverso dalla plastica…ha bisogno di maggior protezione, maggiore cura…ma certamente non voglio dire di essere migliore di voi…”.
“E allora non ti lamentare”, continuò il filo elettrico.
“Non mi sto lamentando! Sto solo dicendo che fa caldo! Punto e basta!”.
“Sentite, siamo troppo nervosi!”, intervenne il babbo natale di pezza. “Dobbiamo cercare di stare tranquilli e pazientare, come facciamo tutti gli anni. Lo so che è difficile stare chiusi dentro uno scatolone per quasi un anno in attesa di essere tirati fuori e respirare aria nuova, vedere la luce, ascoltare le grida dei bambini, bearci dei sorrisi con cui veniamo guardati da decine se non centinaia di occhi felici…Però dobbiamo farlo. Questa è la nostra vita, questo il nostro mondo. Lo sapevate quando vi hanno fabbricato, no? Vi avevano detto che sarebbe stato così. Dunque cerchiamo di essere più adulti e consapevoli del nostro ruolo. Piuttosto cerchiamo di ingannare il tempo in maniera più costruttiva e meno noiosa! A che serve battibeccare sempre  fra noi? Converrete con me che  non porta da nessuna parte e inoltre  inasprisce i nostri rapporti. Dunque, attendiamo con fiducia il giorno in cui saremo liberati da questa collocazione non proprio, ehm…felice e prepariamoci all’evento con speranza e allegria, come si conviene a degli addobbi di natale quali noi siamo”.
“Bravo, bravissimo!”, proruppero in grida di giubilo le lampadine del filo elettrico.
“Babbo, sei un mito!”, applaudì la campanella rossa tintinnando a più non posso.
Di nuovo decine di voci, questa volta inneggianti al babbo natale di pezza, si levarono da ogni parte dello scatolone. Perfino l’albero di natale, che si trovava chiuso in un sacco di plastica accanto allo scatolone degli addobbi e che fino  a quel momento  era sempre stato in disparte, decise di prendere parte alla discussione generale.
“Propongo di eleggere babbo, capo della nostra comunità per quest’anno e, se possibile, anche per gli anni a venire! Chi è d’accordo lo dica o taccia per sempre!”
“Io sono d’accordo”, disse subito palla dorata.
“Pure io, albero, sono assolutamente d’accordo”, aggiunse il filo elettrico.
“Pure io!”.
“Io pure!”.
“Anche io! Contate anche me!”.
“Certo!”.
“Sono con voi! Babbo è il nostro capo!”.
“Babbo, babbo!”.
“Si, vogliamo Babbo! Bravo albero!”.
“Bene!”, disse l’albero notando con soddisfazione che la sua proposta era stata accolta all’unanimità. “Sembra, dunque, che abbiamo un nuovo capo...”.
“Io non sono d’accordo”.
Tutti gli oggetti si voltarono nella direzione dalla quale proveniva quella voce che era piombata sulle loro teste come un fulmine a ciel sereno.
“Non sono d’accordo”, ripeté la punta dell’albero nel silenzio generale.
“Siamo una comunità democratica”, disse l’albero. “Ti ascoltiamo, punta, parla pure”.
“Io sono la punta dell’albero. Dimenticate che mentre voi siete posizionati tra i rami, io sto sopra tutti . Di conseguenza, vedo cose che voi non potete vedere, senza contare che, modestamente…”.
“Si, modestamente….”, fece il verso disgustata la renna trasparente.
“Modestamente”, riprese la punta con sguardo torvo rivolto alla renna. “Sono il tocco finale che rende un albero di natale…come dire…unico…”.
“Puà! Che sfacciata! Ma che cosa ci tocca sentire…”, disse palla dorata coprendosi gli occhi con la carta bianca come se non volesse più vedere.
“Shhhhh!”, fece di rimando il neoeletto capo Babbo Natale. “Tutti hanno il diritto di esprimere la propria opinione, che vi piaccia o no!”, tuonò ancora.
Poi attese che venisse fatto di nuovo silenzio e si rivolse alla punta.
“Hai detto ciò che pensavi e te ne siamo grati. Prendiamo atto del tuo disappunto, ma la maggioranza ha decretato che d’ora in avanti a guidarvi sarò io. Ti prego di rispettare questa decisione come noi rispettiamo il tuo punto di vista e ti assicuro che ne terremo conto. Sei importante per noi come ognuno è importante per la nostra comunità. Il contributo di tutti è necessario perché l’armonia e la gioia che dispensiamo siano sempre il nostro obiettivo primario. Ma ora prepariamoci. Se non sbaglio siamo vicini alla data che stiamo tutti aspettando con ansia…forza nastro, è arrivato il momento di dirci come stanno le cose! ”.
Il nastro rosso si avvicinò a un lato della scatola mentre gli oggetti si retraevano per fare strada. Il momento era davvero solenne. Avrebbero saputo tra poco quanto tempo rimaneva prima di essere utilizzati per un nuovo Natale. Fiocco rosso aveva il compito di contare i giorni che li separava dalla data fatidica. Lo faceva ascoltando il rintocco delle ore di un vecchio pendolo anch’esso conservato nella soffitta. Questi, con estrema gentilezza e cortesia, aveva accettato di fare un rintocco particolare ogni mezzanotte per avvertire chi, tra gli oggetti accatastati in quel luogo buoi e polveroso, fosse interessato alla conta del tempo. Inutile dire che i suoi ammiratori più sfegatati erano proprio gli addobbi dell’albero di Natale che non vedevano l’ora di essere liberati e rivedere la luce del giorno. Fiocco rosso era stato dunque  incaricato di registrare i rintocchi e ogni mezzanotte, mentre tutti dormivano beati russando e sognando, faceva un piccolo segno sulla parete interna della scatola che corrispondeva a un giorno. Si avvicinò quindi con aria solenne alla parete utilizzata per segnare i rintocchi dell’orologio seguito da decine di occhi che in silenzio attendevano il responso.
“Dunque…ecco…lasciatemi contare…ventitré…settantotto…più trentasette fa centoquindici….centonovantadue….aggiungiamo gli altri cinquantaquattro e siamo a duecentoquarantasei….altri sessantuno e sono trecentosette….ehm…aspettate….qui ce ne sono venti e quindi siamo a trecentotrentasette…e quindi…o mamma mia…o Santa Vergine del Carmelo….ma non può essere…”
“Suvvia fiocco!”, gridò spazientito Babbo Natale. “Non tenerci sulle spine….quanto fa?”.
“Fa…fa…fa…se non sbaglio…”.
“Allora? Ti si è rigirata la lingua?”
“Fa…insomma dovrebbe…cioè oggi è….”
“Che giorno è oggi? Parla dunque! Stiamo tutti aspettando!”
Fiocco si voltò verso la platea che pendeva dalle sue labbra e in un silenzio pieno di trepidazione aveva seguito tutti i suoi calcoli senza perdere una parola.
“E’ l’otto dicembre!”, disse tutto d’un fiato accasciandosi poi contro la parete vinto dall’emozione e dalla fatica per lo sforzo del difficile calcolo.
“L’otto dicembre? Oggi è l’otto dicembre? Sei sicuro fiocco?”, domandò Babbo Natale mentre gocce di sudore gli rigavano la fronte e il collo.
“Si…si...sicurissimo!”, balbettò fiocco con un filo di voce. “Oggi è l’otto dicembre!”.
“Ma allora vuol dire che stanno per venire a prenderci! Forza amici! Ognuno al proprio posto! Preparatevi! E’ giunto il momento tanto atteso! Oggi torneremo a vivere! Vedremo la luce! Oggi è il giorno che tutti aspettiamo! Di corsa! Sistematevi! Ogni momento può essere quello giusto!”.
Ci fu un fuggi-fuggi generale.
Chi urlava, chi pregava, chi si infilava nella propria scatolina, chi nella carta, chi si scontrava, chi non trovava la propria posizione e si aggirava disperandosi ora di qua ora di là, chi piangeva, chi rideva, chi chiamava, chi rispondeva, chi non sapeva cosa fare o cosa dire.
Insomma, la confusione regnava sovrana.
Alla fine, però, tutti riuscirono a sistemarsi e di nuovo il silenzio la fece da padrone.
Babbo Natale attese che la situazione si normalizzasse e poi si rivolse con un soffio di voce alla scopetta di paglia che se ne stava rintanata nella busta di plastica trasparente insieme a tanti altri oggetti che osservavano la scena tremando dall’emozione.
“Ce la fai a metterti in piedi e sbirciare fuori dalla scatola?”.
La scopetta si mise subito sull’attenti. “Certo, Babbo! Ma per quale motivo?”.
“Voglio sapere se è giorno o notte”.
“Agli ordini, Babbo! Eseguo immediatamente!”.
La scopetta si drizzò sulle setole e cercò di infilare la punta del suo manico tra la parete dello scatolone e il coperchio. All’inizio non riuscì a fare nulla poiché quest’ultimo era molto pesante e su di esso gravavano altri oggetti ammonticchiati l’uno sull’altro. Ma poi, dàgli e dàgli, trovò un punto dove si era creato un po’ di spazio e a forza di spingere finalmente poté sbirciare fuori. La flebile luce della sera penetrava dalla finestrella della soffitta e a mala pena illuminava l’ambiente interno.
“Allora?”, chiese ansiosamente Babbo.
“E’ sera” sussurrò  la scopetta abbassando il coperchio.
“Mmmm…”. Il capo degli addobbi assunse un’aria pensosa. “Strano…è sera e ancora non si vede nessuno….forse abbiamo sbagliato i calcoli….”.
Dall’altro lato della scatola si udì la voce di fiocco.
“Io non mi sono sbagliato. Oggi è l’otto dicembre! Non ho dubbi! E la giornata non è ancora finita!”.
“Fiocco ha ragione”, disse la scopetta. “Può darsi che abbiano avuto altro da fare…forse tra poco arriveranno…”.
“Mah, non so”, continuò Babbo con la sua aria sempre più pensosa. “Attendiamo e vediamo. Se è  davvero l’otto dicembre, qualcosa succederà. Gli umani in questo sono molto precisi e attaccati alla tradizione. Campanelle, restate sveglie. Al minimo rumore, date l’allarme. Intesi?”.
“Si, si, ci pensiamo noi!”, gridarono all’unisono le campanelle. “Tanto non abbiamo sonno; siamo così eccitate…”.
“Bene, allora buona notte a tutti e….speriamo di essere svegliati!”.
Si stiracchiò un poco, poi appoggiò la testa al fungo maculato e si addormentò di botto.
Era stata una giornata molto faticosa.
Aveva da poco cominciato a sognare che un rumore acuto lo fece sobbalzare.
Din, din , din din.
All’inizio non riuscì ad identificare subito quello strano rumore; era sprofondato in un sonno così profondo che faceva fatica anche solo a sollevare una palpebra.
Din , din, din ,din.
Poi capì di cosa si trattava: le campanelle!
Si voltò nella direzione da cui proveniva quel suono ritmico e frenetico e riuscì a scorgere il filo cui erano legate le campanelle che si contorceva a più non posso e costringeva i martelletti delle minuscole campane a battere sul bordo delle stesse producendo il suono che lo aveva svegliato di soprassalto.
Din, din , din, din.
“Ci siamo!”, urlò con quanto fiato aveva in gola. “Svegliatevi tutti, stanno arrivando! Mi raccomando: silenzio e ordine!”.
Tutti gli oggetti alzarono gli occhi verso il coperchio. I loro cuori battevano ad un ritmo forsennato. Tremavano come foglie al vento, tanta era l’emozione. Ma nonostante ciò, erano tutti immobili e trattenevano il respiro. Dovevano solo attendere. Tra poco avrebbero visto la luce.
Lo scatolone si mosse.
Qualcuno lo stava sollevando.
A quel punto ogni oggetto si aggrappò con forza a chi stava accanto. Il filo elettrico si svolse e cinse le palle di natale in modo che queste non  rotolassero da una parte all’altra dello scatolone. Tutto era stato studiato e preparato nei minimi particolari. L’organizzazione era perfetta.
Poi lo scatolone cominciò a dondolare, ora su, ira giù. Era chiaro che stavano percorrendo delle scale.
Poi smise di dondolare e non si mosse più.
Si sentivano delle voci umane; qualcuno stava armeggiando con qualcosa.
“Stanno montando  l’albero!”, disse palla dorata.
“Zitta!”, fece di rimando Babbo. “Non ti devono sentire! Sei forse impazzita?”.
Palla dorata abbassò gli occhi. Era mortificata. Non doveva lasciarsi prendere dall’emozione, altrimenti avrebbe rovinato la magia di quel momento tanto atteso.
Così si ammutolì e alzò di nuovo lo sguardo in attesa degli eventi.
Non passarono che pochissimi minuti e il coperchio venne sollevato.
Una mano penetrò nella scatola e sollevò delicatamente palla dorata.
L’oggetto di vetro rimase letteralmente abbagliato dalla luce.
Chiuse gli occhi e respirò profondamente.
Aria! Luce! Dio che meraviglia!
E quella mano calda che la toccava così delicatamente, che meravigliosa sensazione!
Ora si, sentiva la vita che si impossessava di nuovo di lei, sentiva il vetro riscaldarsi, tutto il suo corpo era pervaso da un tremito di benessere.
Oh, meraviglioso benessere…
Nonostante questo evento si ripetesse ogni anno, tutto sembrava nuovo, era come se fosse ogni volta la prima volta.
Aprì gli occhi.
Davanti a lei altri due occhi.
Sotto di lei decine di occhi la fissavano  pieni di ammirazione e anche di invidia.
Guardò prima in basso.
Poi in alto.
Quegli occhi la rapivano, la stregavano.
“Ricorda!”, la voce di Babbo le giunse da lontano. Sembrava venire dalle viscere della terra. “Lasciati trasportare senza dire una parola! Non ti muovere! Non respirare! E’ la nostra regola! Ricorda!”.
Si, lo ricordava bene.
Ma c’era qualcosa….qualcosa….quegli occhi che la guardavano…non poteva resistere….doveva dire qualcosa….voleva dire qualcosa…
Non resistette all’impulso.
Una forza misteriosa la chiamava a comportarsi in maniera diversa dagli altri anni.
“La regola!”, pensò per un attimo. “Chi se ne frega della regola!”, pensò un attimo dopo.
Così sgranò gli occhi e guardando fisso in quegli occhi umani che la continuavano ad osservare mentre la tenevano sospesa a mezz’aria con una mano, ruppe ogni indugio.
“Ehi!”, disse. “Ciao, sono…sono…palla dorata…anche se non mi piace che mi si chiami così, tu puoi farlo, se vuoi…sai, sono felice che tu mi abbia presa…vedrai, non ti deluderò…sono bella, fragile, ma bella….farai un figurone con i tuoi amici…io…io…sono così felice di essere qui…di nuovo…mi sento finalmente viva…vedo la luce….questi mesi al buio sono stati un inferno…che depressione…ma ora…ora….è un’altra cosa…vuoi essere mio amico? Ti va di parlare un po’ con me?...ti ascolto se vuoi…puoi confidarmi i tuoi pensieri, le tue preoccupazioni…posso essere una buona amica…ho tanto bisogno di amici…e…pure tu, immagino…insomma io…”
Gli occhi la scrutarono più da vicino.
Oddio! Forse l’avevano sentita! L’umano avrebbe potuto parlare con lei! Santo cielo, che emozione!
Alla faccia della Regola!
Ma perché non l’aveva fatto gli anni scorsi?
Che stupida che era stata a dar retta a quegli ancor più stupidi dei suoi colleghi!
Ora avrebbero visto che cosa era capace di fare e soprattutto cosa si erano persi dando retta a quella maledetta regola che impediva loro di comunicare con gli umani!
Ma…ma…cosa stava succedendo?
L’umano l’aveva attaccata ad un ramo del’albero e ora si accingeva a prendere altri oggetti dallo scatolone!
Ma come, non l’aveva sentita?
Tutte quelle smorfie, quello sguardo dolce e comprensivo per nulla?
Ma che razza di scherzo era quello?
D’un tratto comprese.
Non avrebbe mai potuto parlare con l’umano, raccontare la sua storia, fargli capire che si trattava di una cosa viva e non di un semplice oggetto da appendere per addobbare un albero e far ridere i bambini.
Una grande tristezza si impadronì di lei.
Decise di non parlare più, neanche con i suoi compagni di scatolone.
Ad uno ad uno questi venivano presi e posti sui vari rami dell’albero.
Ridevano, erano felici.
Ma lei no.
Non poteva esserlo.
Arrivarono gli gnomi, le stelline, campanelle e festoni, poi i funghi, le ciliegie, i fiocchi, Babbo Natale e le renne, perfino il ragno d’argento.
Poi arrivarono le luci che addirittura presero a cantare quando la spina del filo elettrico fu collegata alla presa.
Tutti erano contenti.
Tutti sprizzavano allegria da tutti i pori.
Che rabbia!
Ed infine la punta.
Guardava gli oggetti dall’alto in basso, con aria trionfante, come fosse una star di Hollywood.
“Che vi piaccia o no, io sto sempre più in alto di voi!”, urlò con aria di sfida mentre veniva posizionata sulla punta dell’albero.
“Vedi piuttosto di non farmi il solletico!”, disse l’albero guardandola torvo. “Se non fai la brava ti faccio cadere per terra, così la vediamo se continui a far l’arrogante stupida!”.
La punta ammutolì di colpo.
Se l’albero l’avesse fatta cadere da quell’altezza si sarebbe frantumata in mille pezzi.
Meglio star zitta e godersi comunque il suo trionfo.
Tanto, sempre più in basso sarebbero stati, quegli insignificanti addobbi da quattro soldi.
Babbo Natale, al centro dell’albero, osservava tutto con grande attenzione.
Avrebbe dovuto rimproverare come si conveniva palla dorata per aver infranto la regola, ma decise di non farlo. Dopo tutto non aveva fatto nulla di male se non tentare di instaurare una conversazione improbabile, molto improbabile, con gli umani.
Ne avrebbero parlato una volta tornati nello scatolone.
D’un tratto però accadde qualcosa.
L’umano si avvicinò all’albero e osservò gli oggetti uno ad uno.
Poi si voltò e gridò nella direzione opposta.
“Tesoro! Puoi venire un attimo, per favore?”.
“Vengo!”, una voce femminile rispose al suo invito.
“Deve essere la moglie dell’umano”, pensò Babbo.
Dopo pochi secondi l’umana si materializzò davanti l’albero.
“Guarda”, disse l’umano.
“E’ bellissimo”, rispose lei osservando gli addobbi uno ad uno.
Aveva occhi verdi anche lei, come l’umano.
La sua mano toccava ogni oggetto con delicatezza e si soffermava ora su questo, ora su quello.
Ad alcuni fece il solletico e provocò risatine di piacere,
La renna starnutì e  le campanelline non riuscirono a trattenere un dolce tintinnio di piacere.
“Non sembrano…vivi?”, domandò l’umano.
“Si, è vero”, disse l’umana con un sorriso che le illuminò il volto.
Gli oggetti, in silenzio, ascoltavano i due parlottare.
“Oh se potessero raccontare le loro storie…”, sospirò l’umana.
“Potrei scriverle….”, disse l’umano con un sorriso.
“E’ vero,  potresti renderli vivi inventando le loro storie, dando loro una voce…”.
I due si guardarono e sorrisero.
Anche gli oggetti si guardarono e si sorrisero l’un altro.
Sorrise anche palla dorata.
Già, aveva capito.
Avrebbero avuto tutti una propria storia, l’umano li avrebbe fatti vivere.
Ora poteva essere felice.
Sarebbe stato proprio un Natale speciale


lunedì 16 novembre 2015

Racconto n. 1 - God Rest Ye Merry, Gentlemen




26 Dicembre, h. 17.00: LUI

«Dio vi doni felicità e riposo, signori / e che nulla al mondo possa costernarvi»

Le note di un tradizionale canto natalizio inglese risuonano in serene armonie, scivolando intorno alle colonne dipinte e volando tra le volte affrescate dei soffitti.
L'antica chiesa gotica di San Domenico, situata in pieno centro storico, è quasi deserta: non c'è tanta gente in giro nel giorno successivo al Natale, alcune persone passano oltre, coloro che entrano sostano solo qualche minuto poi escono, pronti a rituffarsi nel tran-tran delle brevi ferie festive.

Di fuori le luminarie - stelle comete gialle, scritte rosse che dicono "Auguri" e sagome verdi di abeti - rifulgono in alto, appese a fili invisibili; di dentro solo pochi fari sono accesi, creando nella chiesa una gradevolissima penombra che ben si adatta alla musica diffusa.
All'inizio della navata centrale, su uno dei banchi a sinistra, siede un uomo. Se ne sta quasi sull'estremità del rigido asse di legno massiccio, con i gomiti appoggiati alle ginocchia e la testa tra le mani: la sua schiena incurvata è a tratti scossa da un brivido appena percettibile.
Egli è giunto lì intorno alle quattro e da lì non si è più mosso: che sia assorto in preghiera o in personali riflessioni nessuno lo potrebbe dire. Due volte ha sollevato lo sguardo e, in entrambi gli attimi, un lampo di sofferenza è balenato nei suoi occhi.
Lassù sull'altare, nella direzione in cui l'uomo ha guardato con esitazione, come se la visione fosse per lui dolorosa, si trova un piccolo Presepio: statue di fattura antiquata e dai colori solo un po' sbiaditi dal tempo raffigurano la Sacra Famiglia e gli animali domestici che, per tradizione, hanno scaldato con il loro fiato il Bambinello.
Per una terza volta l'immoto visitatore alza la testa: contempla per un istante quella creatura di legno intagliato che sta lì come un bimbo vero, con le piccole braccia spalancate, un tranquillo e dolce sorriso sul viso roseo, una camiciola di stoffa bianca sul corpo, circondato da vasi di stelle di Natale e piante di agrifoglio. Lo fissa con trasporto, quasi a voler comprendere ciò che resta un mistero: gli occhi dilatati, la bocca socchiusa in un anelito, il busto proteso in avanti, come se non solo nello spirito ma anche fisicamente gli fosse necessario raggiungere qualcosa che, invece, pare rifuggire.
Con un sospiro soffocato egli si abbandona di nuovo nella posizione iniziale, serra le dita intorno alla fronte e il nome di Dio gli esce dalle labbra insieme a una domanda disperata: «Perché?».

«per salvarci tutti dal potere del diavolo / quando noi ne eravamo stati fuorviati»

Ma salverà anche lui? Salverà anche quest'uomo dall'infelicità, quando ogni certezza della sua vita si è sgretolata ed ogni sicurezza è crollata come un castello di carte? Dipende forse dall'avere così poca fede, perché è facile sentirsi in pace con il Cielo nei momenti di luce, ma nei momenti bui, invece... ma può quel Figlioletto celeste restituire la quiete e la felicità? Può Egli rimettere a posto ciò che all'occhio dell'uomo pare distrutto irreparabilmente? Può riaccomodare un vetro infranto, un ramo spezzato, un cuore andato in pezzi?
Era Natale, ieri, e lui è rimasto tutto il giorno chiuso a chiave in una stanza d'albergo: non è neppure andato a Messa, e non perché non lo volesse... ma perché non c'era lei, e da quando lei non è più nella sua vita sembra che la vita stessa abbia smarrito ogni senso.

...

26 Dicembre, h 16.47: LEI

La donna ha ordinato un caffè più di mezz'ora fa, ma il liquido nero è sempre lì nella tazzina e ormai sarà gelato; lei, seduta a un tavolino d'angolo nel tepore di un bar, osserva la via quasi vuota: vi scorge solo pochi passanti frettolosi, ancora un po' storditi dai bagordi del Natale, imbacuccati in cappelli e cappotti.
Il gomito sull'orlo del tavolo e il mento nell'incavo della mano, ella si è dimenticata del caffè e di tutto ciò che la circonda: una morbida sciarpa di lana bianca le cinge la gola, il viso è un po' arrossato dal caldo ma lei non se ne cura. Osserva i radi fiocchi di neve che hanno iniziato a scendere da un po': creano uno strano effetto contro le luminarie, prima di scomparire nell'aria e sciogliersi sull'asfalto sporco...

«"Dunque non abbiate paura" disse l'angelo / "e che nulla al mondo vi spaventi"»

Si riscuote come da un sogno quando la canzone che suonano alla radio la raggiunge: è un inno inglese che ha sentito di rado ma che le ha sempre trasmesso un senso di pace e rinnovata sicurezza, e ogni parola del testo diventa una Verità con la V maiuscola, qualcosa di cui non c'è ragione di dubitare, qualcosa a cui è necessario credere perché è di certo così.
Eppure, in quel momento, lei ha paura: una paura viscerale, un terrore che le attanaglia l'anima con artigli freddi e affilati, un'angoscia che la tormenta da giorni, da settimane.

«In questo giorno è nato un Salvatore / di puro e virginale splendore»

La bocca della donna si piega in un sorriso lieve e malinconico: puro e virginale come quella neve bianca, candida, immacolata che scende lentamente dai cieli più alti... così era, e così doveva restare il loro Amore, un Amore perfetto e solido, un Amore senza falle né crepe... ma poi, proprio come quei fiocchi impalpabili e bellissimi, è scivolato giù, sempre più in basso, e infine si è disfatto sul duro suolo e si è insozzato, smarrendo per sempre il puro e virginale splendore...

...

27 Novembre, h. 19.30: LEI/LUI

«Sei impazzita, per caso?».
«Mi prendi per stupida? Hai un'altra e credi che intenda sopportarlo?».
Voci rabbiose si alzavano dalla villetta sull'angolo della via: urli di donna e grida d'uomo, e già da qualche mese i vicini udivano anche senza volerlo le feroci liti che, nelle ultime settimane, erano all'ordine del giorno.
Per altri cinque minuti gli insulti e le recriminazioni continuarono, in un crescendo che faceva temere il peggio: quanti delitti cominciano così, con discussioni sempre più violente fino a sfociare nel sangue e nella tragedia! Ma quello era un quartiere residenziale, lì certe cose non accadevano e gli abitanti dei villini confinanti si guardavano bene dall'intromettersi, e tantomeno dal chiamare la polizia.
Quella sera, però, di colpo com'era cominciato, il litigio ebbe termine: l'uomo venne spinto a forza fuori dalla casa e la donna, prima che lui potesse reagire, gli scagliò addosso una valigia piena che s'incagliò sul vialetto d'ingresso e cadde sulla pietra.
«Vai via! Non voglio vederti mai più!». E poi, a soffocare le proteste, ecco il frastuono della porta sbattuta con rabbia, il rumore della serratura blindata, e infine più niente, solo un assordante silenzio.
Mai più... mai più... nella luce livida della sera, sotto una pioggia che pareva una cascata inarrestabile di aghi appuntiti, quelle parole gridate con accento rabbioso e pieno di un sordo dolore sembravano riecheggiare senza sosta, e le finestre illuminate delle case vicine erano altrettanti occhi che si facevano beffe dell'uomo, perché gli altri, almeno in apparenza, sembravano condurre una vita tranquilla.
Egli aveva le chiavi in tasca ma non le toccò; rimase immobile e silenzioso sotto l'acqua battente, provando un morboso e disperato piacere nel sentire il freddo intirizzirgli le ossa e procurargli brividi di febbre. Il cappotto, che non aveva neppure avuto tempo di togliersi quand'era arrivato, era fradicio, i pantaloni nulla più che una macchia scura e umida, la pioggia gli colava sul viso e sul collo e, forse, gli dava l'illusione che nient'altro gli bagnasse le gote: un uomo non deve piangere, mai, e lui lo aveva tacitamente promesso a lei, in un tempo che sembrava tanto lontano. «Sarò forte per te perché è l'unico modo che ho per espiare. Piangi, tesoro mio, piangi tutte le tue lacrime e io sarò qui a raccoglierle e a darti il mio petto su cui nascondere e affogare il tuo dolore».
E ora chi ci sarebbe stato per lui, per raccogliere e annegare il suo dolore? Un bicchiere di alcool in un bar, un solitario letto in un hotel...
E lei, scivolata a terra con la schiena contro la porta, seduta sul freddo pavimento di marmo, fissava un punto di fronte e ascoltava la pioggia che cadeva, cadeva, cadeva come un'ipnotica ninnananna... e gli ansiolitici e i sonniferi facevano effetto... ma quante gocce per dimenticare? Quante, per non gridare più? Per ritrovare una pace che pareva ormai un relitto del passato, una serenità all'apparenza non più raggiungibile... ma era tutto finito. Mai più.
Erano lui e lei, lei e lui, ma non più loro: mai più.

...

26 Dicembre, h. 17.01: LUI

«e lasciarono le loro greggi al pascolo / nella tempesta, nell'uragano e nel vento»

L'uomo, con il viso celato tra le mani, piange silenziosamente.
Potrebbe esserci la chiesa piena di persone e lui non se ne curerebbe; per un misericordioso disegno divino, però, o per caso, nessun occhio curioso si trova lì per osservare quelle lacrime.
Tempeste, uragani e venti di varia intensità si sono abbattuti sulla sua vita, e da tutti è riuscito a venire fuori... ma non dall'ultimo, terribile dramma: sette mesi prima, quando la più grande gioia si è bruscamente tramutata nel più grande dolore, quando ha avuto inizio la fine.
Ogni giorno il ricordo gli sta davanti, giudice eretto e accusatore, impresso a fuoco nella coscienza: una sciocchezza pronunciata per gioco, una distrazione, un singolo e breve secondo che ha cambiato tutto.

«e andarono senza indugio a Betlemme / per trovare il Bambino Benedetto»

Invece il loro bambino, di cui non sapevano neppure ancora se fosse maschietto o femminuccia, il loro primogenito che avrebbe dovuto nascere proprio nel periodo di Natale, se n'è andato a due mesi, due mesi dopo essere stato concepito, senza aver potuto aprire gli occhi alla luce del sole, senza aver potuto allungare le piccole braccia o stringere i pugnetti paffuti, senza aver potuto schiudere la bocca rosea in un sorriso verso i suoi genitori. Ed è stata colpa sua, tutta colpa sua perché si è girato verso di lei e non ha guardato la strada mentre guidava, e così per evitare di schiantarsi contro un camion sono finiti fuori strada, e l'attimo dopo... il sangue sulla fronte, il corpo inerte trattenuto dalla cintura e abbandonato di lato, e poi il panico, le sirene, l'affanno...
Egli si passa con furia il dorso della mano sul viso, asciugandosi gli occhi e il naso, e sa quale misera immagine dà di sé: lacrime violente che devono uscire per non esplodere dentro il cuore, e tuttavia non vi è mai stato tempo per versarle perché, nel desolato silenzio del dopo, ci sono state le lacrime di lei da asciugare, c'è stata la testa di lei da accogliere sul proprio petto, c'è stato quel corpo singhiozzante di donna da stringere tra le braccia... e infine c'è stata la colpa di lui che bruciava come fuoco.
È accaduto poco tempo dopo l'incidente, quando quel terribile rimprovero ha preso forma, insinuandosi tra di loro come un veleno lento ma letale: la colpa, l'orribile parola che ha incominciato a perseguitarlo, ed era un rimprovero vero e meritato, e lui è caduto in una tristezza non priva di una speranza chiamata Tempo. Il tempo che risana ogni ferita avrebbe steso una nebbia d'oblio anche su quella ferita sanguinante, e se non si poteva dimenticare completamente si poteva, anzi si doveva tornare a vivere con un cuore più leggero e un'anima riappacificata.
Ma così non è stato: sono umani, e non vi era una sola sofferenza in quella casa ma ve n'erano due, e anche lui era stanco e provato, e così i litigi, le discussioni, le liti scoppiavano per una parola, un gesto, uno sguardo sbagliati. Lei prendeva medicine su medicine e lui avrebbe voluto scagliare nella spazzatura tutti quei flaconi, avrebbe voluto scrollarla e stare di nuovo con lei, di notte, e ricostruire un nuovo presente sulle macerie del passato, e non vederla scivolare sempre più giù, ossessionata dalla colpa che forse sentiva anche propria per averlo distratto con le sue chiacchiere femminili mentre lui guidava.
Era una caduta continua giù da un baratro, senza un ramo a cui aggrapparsi, e un mese prima, alla fine, s'era aperto sotto di loro il vuoto ed erano precipitati: lei aveva scoperto una mail. Era lo stupido e provocante messaggio di una collega di lui, una collega un po' troppo audace, un pugno di frasi di sboccata passione per un uomo che non aveva la minima intenzione di andare a letto con un'altra, per un uomo che amava sua moglie di un amore profondo e sincero...
Se mai esisteva al mondo un sentimento quasi ideale, un legame matrimoniale quasi perfetto, ecco, era stato il loro... prima dell'urto, prima che la nave iniziasse a imbarcare acqua e colare a picco. Ma dopo lei non aveva sentito ragioni né giustificazioni: un tradimento oltre alla colpa, ed era stato il punto di non ritorno.
I cancelli dell'Eden sono stati chiusi a chiave e lui ne è stato scacciato: fuori, al freddo e al gelo, nelle tempeste, nell'uragano e nel vento, condannato all'infelicità.
Mai più, mai più, mai più...

...

26 Dicembre, h. 16.49: LEI

«lo trovarono in una mangiatoia / dove il bue si nutriva di fieno»

Ha ancora di fronte la terribile scenata accaduta a casa dopo il ritorno dall'ospedale: la ricorda come si ricorda un incubo, nettamente e orribilmente senza poter dimenticare.
Non appena avevano saputo della gravidanza, ebbri di gioia, si erano affrettati in una specie di frenesia giocosa a preparare ogni cosa... e poi c'erano stati l'incidente, il dolore, un'anestetica camera operatoria, e infine il mesto e sconsolato ritorno.
Ode di nuovo il proprio grido di rabbia impotente, rivede se stessa mentre si scagliava sulla culla e sulle tutine, sui ninnoli e sui peluche; era caduta in ginocchio, piangendo, ed era rimasta lì come un angelo di distruzione, tra il lettino rovesciato e i peluche fatti a pezzi, sotto gli occhi attoniti e vuoti dell'uomo che, senza osare fermarla, s'era appoggiato alla soglia della cameretta come un uomo che dovesse sostenersi per non crollare a terra.
Un giaciglio di stracci le sarebbe bastato, per quel piccolo mai nato, perché il suo amore di madre gli avrebbe donato tutto il calore di cui avrebbe avuto bisogno per la vita; ma non erano servite né culla né mangiatoia, né villetta né stalla per la povera creaturina morta anzitempo.
Incurante dello sguardo indiscreto del barista che, con un bicchiere e una spugna in mano, la osserva, la donna respinge la tazzina di caffè ancora piena e poi si preme le dita sulla bocca per soffocare un singhiozzo. Quante volte ha pianto stretta a suo marito e, all'inizio, per quante notti l'ha respinto dal loro letto finché, gradualmente, lui non è più venuto. Silente e mansueto come un'ombra si è adattato ad ogni suo capriccio, ad ogni isterismo, per giorni e settimane... e poi...
Ella si copre il volto per una sorta di pudore, per celare le proprie lacrime: lo vede, ora, lo vede bene come una scena nitida e chiara dopo aver assistito allo stesso film su uno schermo sfocato. Il sacrificio, il paziente annullamento di sé che lui aveva accettato, e tutto per lei, perché lei trovasse il coraggio di riemergere dal pozzo in cui era caduta; e invece lei aveva continuato ad affondare e vi aveva trascinato lui.
Quando erano cominciate le liti? Discussioni che divampavano per ragioni inesistenti, a causa della loro crescente stanchezza, di quello stato d'animo che era come una morte interiore, ora dopo ora: la colpa, la colpa che lei gli aveva rinfacciato, ma che forse non era stata che una fatalità, e forse il disastro sarebbe accaduto comunque, lì o altrove, allora o in un altro momento. Eppure lei non aveva ancora perdonato.
E poi, un mese prima, quella mail scoperta per caso, mentre cercava nella posta di lui tutt'altro messaggio: voleva rintracciare una banale ricevuta per controllare il conto in banca, aveva trovato, giunta quasi in quell'istante, un'ardente lettera di passione firmata da una donna, e indirizzata senz'ombra di dubbio al suo uomo... e allora, dopo averla riletta venti volte, ferocemente e selvaggiamente per imprimersela in mente, per accertarsi di non essere vittima di allucinazione, si era lasciata cadere su una sedia e lì era rimasta per ore, e l'unico sintomo di vita era il respiro corto e affannoso...
E poi, dopo, tutto assumeva i contorni del sogno delirante: i vestiti di lui gettati in un trolley, il suo spazzolino, il rasoio, l'acqua di colonia, gli indumenti più intimi, e poi le urla, le accuse, l'intimazione - mai più! - che si ripeteva, rimbalzava sulle pareti e nella strada nebbiosa e bagnata, e la porta sbattuta, e le orecchie turate per non sentire più niente, per cancellare quell'affronto orribile, orribile... un'altra donna tra le braccia di lui, un'altra bocca femminile su quella bocca maschile che apparteneva a lei sola, e lei non aveva potuto, saputo, voluto sopportare, né sentire spiegazioni, né perdonare.

«Sua madre Maria, inginocchiata accanto al Signore / pregava»

Lui non si era messo in ginocchio fisicamente, ma nello spirito si era forse ridotto a strisciare davanti a lei pur di farsi ascoltare: telefonate, sms, mail, persino una lettera scritta a mano e imbucata di persona nella cassetta vicino al cancello... ma non gli aveva mai risposto, mai. Serratura e numero cambiati, e una settimana prima l'uomo aveva smesso di cercarla: d'altronde l'aveva udita bene quando gli aveva gettato contro quelle parole, e "mai più" significa soltanto una cosa.
La donna solleva gli occhi arrossati e guarda il mondo di fuori: qualche bambino sorridente per mano ai genitori, coppie giovani e anziane, gruppetti di adolescenti... ieri era Natale e lei l'ha trascorso da sola, chiusa in una casa senza decorazioni, senza albero, senza Presepio, senza aver voluto vedere nessuno della sua famiglia perché la sua famiglia era lui e lui non era lì, e lei non voleva nessun altro a intromettersi nel suo dolore. Un Natale senza niente, perché non ha avuto voglia di fare niente... e poi la colpisce un inaspettato pensiero: forse anche lui è stato solo, solo come un cane, da qualche parte della città.
Nonostante tutto, a dispetto dell'adamantina convinzione di aver ragione, rammenta alla perfezione quella lettera scritta a mano, le mail, gli sms, i messaggi lasciati nella segreteria vocale, e tutte le spiegazioni e le giustificazioni si traducono in poche, semplici parole: «Almeno per questo io non ho colpa! Non ti ho tradito, non l'ho mai voluto, non ho mai incoraggiato l'altra né nessun'altra».
Avverte un tuffo nel petto e, per la prima volta dopo mesi, nonostante le dosi quotidiane di medicinali la gettino in una specie di continuo stordimento, le pare di essere lucida e di comprendere: neppure per la perdita del suo, no, del loro bambino lei ha diritto di accusarlo, e tantomeno per questo supposto tradimento coniugale. Lui ha cercato di chiarire il malinteso, lo ha tentato in tutti i modi possibili e immaginabili, e lei invece ha eretto un muro, l'ha giudicato colpevole e condannato e ha rifiutato qualunque idea che potesse opporsi alla sua convinzione.
Ha fatto questo, eppure non c'è stato istante in cui, come una spina conficcata in profondità, la solitudine e l'abbandono l'abbiano lasciata in pace; no, nemmeno per un momento, mentre la coscienza annebbiata dal risentimento, dal puntiglio, dalla depressione, le gridava l'amore di lui, l'innocenza, la fedeltà.
E come ha ella ripagato tutto ciò? Come ha ricompensato l'abnegazione, la devozione, e quello sguardo triste che per mesi l'ha guardata impotente, incapace di trovare una soluzione mentre lei si lasciava andare e, quasi volutamente, continuava ad affondare senza reagire, senza far caso alla mano sempre tesa?
Le sfugge un sospiro dalle labbra, un sospiro che sale dalle fibre più intime e dagli abissi dell'anima. Si solleva con gesti quasi meccanici, estrae delle monete e le lascia accanto al caffè, poi s'infila il cappotto e se ne va, senza salutare, senza guardarsi intorno, mentre alla radio le ultime note della canzone si spengono dolcemente.

...

26 Dicembre, h. 17.04: LORO

Vuole andare nella chiesa dove si sono sposati: come le voglie che assalgono le future mamme, lei è stata assalita da questo desiderio spasmodico e insopprimibile. Cammina in fretta per il centro storico, godendo, per la prima volta dopo mesi, di qualche cosa: il nevischio sul viso e l'aria fredda sulla pelle le sembrano stranamente belli e piacevoli. Ogni suo pensiero è focalizzato sul portale di legno spalancato, sulle antiche pietre del pavimento, sul Presepio che certamente avranno allestito...
Vuole vedere il Bambino, vuole inginocchiarsi anche lei, vuole piangere ancora e forse, stavolta, saranno lacrime di espurgazione, e il suo cuore potrà tornare limpido, e poi... poi... lo cercherà, se lui vorrà essere trovato, e gli parlerà, se lui vorrà ancora ascoltarla... e forse, forse potranno esserci un nuovo presente, un nuovo futuro, e un'altra culla per una nuova vita.
Entra, esitante e quasi timorosa, e come un'eco la accoglie di nuovo quel bellissimo canto, sentito alla radio del bar in una versione celtica e un po' pagana e interpretato in chiesa da voci gregoriane:

«Ora al Signore cantate lodi / voi tutti che vi trovate in questo luogo»

Respira con forza: c'è un vago tepore nell'aria, si avvertono profumo d'incenso e odore di fumo di candele. La musica continua, lenta e solenne, attraverso invisibili altoparlanti, accompagnando i suoi passi incerti.
Da lontano scorge ciò che ha anelato di vedere: il Presepio, meraviglioso nella sua semplicità. Ce n'è anche uno molto più grande che occupa un'intera cappella laterale, con muschio, rami, persino una vaschetta con dei pesci rossi, ma è diverso: questo è adatto per essere ammirato mentre l'altro più semplice, sull'Altare, con soltanto Giuseppe e Maria amorosamente inchinati su Gesù Bambino e attorniati dal bue e dall'asinello, suscita la preghiera e innalza l'anima verso i cieli.
La donna si arresta a metà della navata e si preme una mano sul seno, come a voler trattenere la corsa del cuore: c'è un uomo laggiù, nei primi banchi... un uomo curvo, ripiegato su se stesso...
Non può vederlo in volto eppure sa chi è; lo sa, e sa perché è lì: nei quattro anni passati, sempre, immancabilmente, loro erano abituati a venire insieme in questa chiesa quasi ogni giorno, durante le festività di Natale. Una preghiera per loro e il loro Amore, un ringraziamento per un altro anno trascorso, un rito per ricordare le nozze e rafforzare all'ombra di Dio il tenero legame che li univa.
E quest'anno, invece, ci sono venuti, sì, ma separati, con il petto gonfio di tristezza e il viso sfigurato dalle lacrime; lui piange, piange da straziare il cuore, e sembra che non gli importi di nulla... che qualcuno possa vederlo, sentirlo, inarcare le sopracciglia perché comportamenti di questo genere sarebbero da tenere chiusi nella propria casa, perché in pubblico bisogna portare una maschera...
Ella barcolla e deve appoggiarsi a una colonna, ma non è che un istante; riprende ad avanzare, e la sua mente brucia: se la rifiuterà, se la scaccerà da sé... ma no, non vuole pensare a questo. Forse, invece, potrà ripagarlo, forse stasera sarà lei a raccogliere quelle lacrime, a confortarlo, a lenire il suo dolore...

«e in vero amore reciproco / abbracciatevi ora l'un l'altro»

Egli non si è accorto di lei; la schiena sussulta sotto una disperazione che lo assale con violenza crescente, le orecchie rimbombano del suo stesso pianto e non ode più quelle note, non ode la voce del canto che assomiglia a un coro di angeli.
Sobbalza quando qualcosa gli sfiora la spalla; si solleva di scatto e vuole girarsi, imbarazzato per essere stato colto così da un estraneo, e allora il suo volto congestionato incontra i lineamenti a cui non ha smesso di pensare neppure per un momento, in quel lungo, interminabile mese di separazione...
La donna lo guarda negli occhi e vi legge in un riflesso lo stesso inferno che ha passato lei, nelle notti insonni e nella nausea di quei giorni di solitudine.
Il suo braccio scivola sulle larghe spalle, i capelli ricadono sul viso mal rasato e lacrime di commozione bagnano la fronte dell'uomo.
La mano di lui, un poco tremante, raggiunge la testa fiduciosa che gli si abbandona contro e l'accarezza, poi, con un movimento convulso, si rizza in piedi come a volersi divincolare, ma è solo un momento: prende la donna tra le braccia e la stringe a sé in un abbraccio muto e forte.
Nessuno di loro due ha pronunciato una sola sillaba, ma non è tempo per vane parole: non sarà più "mai più", ora, ma «novella di conforto e gioia / in questo tempo santo del Natale».