giovedì 21 gennaio 2016

La traduttrice - Rabih Alameddine

"Ho fatto della traduzione la mia padrona e i miei giorni non sono stati più così pericolosamente terribili. I miei progetti mi distraggono. [...] quando sono in comunione con la traduzione, riesco ad essere felice. [...] Durante questi momenti tutte le ferite si rimarginano."

TRAMA: Dopo "Il cantore di storie" con questo nuovo romanzo Rabih Alameddine ci trasporta in Libano, a Beirut, e, all'inizio, in un vecchio appartamento della città. È qui che incontriamo Aaliya, una donna di settantadue anni, i capelli tinti di blu, una traduzione da iniziare, forse, e una storia da raccontare. Aaliya ci parla della sua vita: anni e anni dedicati a leggere i capolavori della letteratura mondiale per poi tradurli, in silenzio, per puro amore, senza che alcuna traduzione veda mai la luce della pubblicazione; mentre per le vie della città cadevano bombe e si udivano gli echi di una guerra capace di trasformare giovani pacifici in spie e assassini. Una guerra che ha costretto una donna sola come lei, di professione libraia, appassionata di libri, a dormire con un fucile accanto al letto per difendersi da attacchi improvvisi. Una guerra che ha costretto Aaliya a rimandare l'appuntamento con l'amore. Siamo ciò che leggiamo, disse un saggio, e Aaliya è questo: una creatura meravigliosa, fatta di carta, eppure viva, piena di umorismo, che si nasconde da tutto e tutti dentro una vecchia giacca di lana e dietro la letteratura, cercando nei libri l'amore che la sua famiglia non è stata in grado di darle.

PUBBLICATO DA: Bompiani editore, pg 303 -  € 12,00

VOTO: 7/10

GIUDIZIO: Questo è uno di quei libri che ti divide: Da una parte ami la figura della protagonista, scorbutica e sola, non necessaria a nessuno, così come la città di Beirut ferita profondamente ma ancora in piedi combattiva. Dall'altra parte ci si ritrova in parti noiose che fanno perdere lo slancio della lettura e che ti portano a faticare un po' per andare avanti.
Mi sono piaciute molto tutte quelle infinite citazioni che rendono la narrazione personale e caratteristica e che consentono ad  Aaliya di esprimere le sue riflessioni in modo, a volte, poetico e toccante. Ma non mi è piaciuta l'assenza di trama, e la mancanza di scansione in capitoli. Una volta posato, non viene spontaneo prendere il libro in mano per proseguire la lettura.
Questo libro oltre a parlare di traduzioni e di letteratura, è ricco anche di episodi e aneddoti preziosi; titoli e autori familiari, massime in cui ti impersonifichi e i continui riferimenti letterari, storici e musicali; lo stile è stringato e il linguaggio fluido, un po' amaro e pesante ma anche divertente, di certo mai banale.

mercoledì 16 dicembre 2015

La ragazza del treno - Paula Hawkins

TRAMA: La vita di Rachel non è di quelle che vorresti spiare. Vive sola, non ha amici, e ogni mattina prende lo stesso treno, che la porta dalla periferia di Londra al suo grigio lavoro in città. Quel viaggio sempre uguale è il momento preferito della sua giornata. Seduta accanto al finestrino, può osservare, non vista,  le case e le strade che scorrono fuori e, quando il treno si ferma puntualmente a uno stop, può spiare una coppia, un uomo e una donna senza nome che ogni mattina fanno colazione in veranda. Un appuntamento cui Rachel, nella sua solitudine, si è affezionata. Li osserva, immagina le loro vite, ha perfino dato loro un nome: per lei, sono  Jess e Jason, la coppia perfetta dalla vita perfetta. Non come la sua.
Ma una mattina Rachel, su quella veranda, vede qualcosa che non dovrebbe vedere. E da quel momento per lei cambia tutto. La rassicurante invenzione di Jess e Jason si sgretola, e la sua stessa vita diventerà inestricabilmente legata a quella della coppia. Ma che cos’ha visto davvero Rachel?
Nelle mani sapienti di Paula Hawkins, il lettore viene travolto da una serie di bugie, verità, colpi di scena e ribaltamenti della trama che rendono questo romanzo un thriller da leggere compulsivamente, con un finale ineguagliabile. Decisamente il debutto dell’anno, ai vertici di tutte le classifiche.

PUBBLICATO DA Piemme (2015), 306 pp. - 19,50 €

VOTO: 9/10

GIUDIZIO:
Rachel è a un punto fermo della sua vita: non riesce ad accettare la fine del suo matrimonio, ha problemi con l’alcol e a causa di questo ha perso il lavoro.
Vivendo temporaneamente da un’amica, e non sapendo come giustificarle il licenziamento, ogni mattina Rachel prende il treno e si reca a Londra come se stesse andando in ufficio, trascorre la giornata a bighellonare fingendosi impegnata e rientra la sera. Durante questi viaggi Rachel guarda fuori dal finestrino, spesso sorseggiando gin tonic o vino, ogni mattina e ogni sera, osservando le vite delle persone che abitano nelle case situate lungo il percorso della ferrovia.
Tra queste, una in particolare attira la sua attenzione: quella situata al 15 di Blenheim Road, proprio prima del semaforo che blocca il treno ogni mattina alla stessa ora.
Non tanto per il fatto che qualche anno prima Rachel viveva a poca distanza da quella casa, al civico 23, quando era felicemente sposata con Tom. Quello che attira l’attenzione di Rachel è la coppia che vive in quella casa, una giovane coppia di sposini, dei quali Rachel si costruisce nella testa una vita immaginaria, dando loro addirittura dei nomi: Jess e Jason.
Tutto procede nella normalità fino a quando Rachel, una mattina, vede Jess nelle braccia di un altro uomo. Non è il solito Jason, ha un aspetto diverso, e i due si baciano. Rachel è molto delusa da Jess, non capisce perché tradisca il povero Jason, col quale sembrava così felice.
Da qui si dipana un giallo molto intricato, pieno di suspance, scritto con un talento sorprendente dalla Hawkins, al suo debutto letterario.
Il libro cattura l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina, in quanto ad ogni capitolo si vuole sempre conoscere lo sviluppo della trama che è parecchio intricata e avvincente.

Consiglio questo romanzo soprattutto ai pendolari, che scommetto non vorranno mai scendere dal treno per poter proseguire la lettura fino alla fine.







martedì 15 dicembre 2015

Vincitore della 1° edizione del concorso "Racconto di Natale"

Siamo giunti alla fine della prima edizione del concorso "Racconto di Natale"  e il vincitore è....

Memorie di un vecchio albero di Natale


 


Congratulazione alla vincitrice. Di seguito pubblichiamo la classifica con i relativi voti.





martedì 1 dicembre 2015

Via alle votazioni

Dopo la pubblicazione dei Racconti partecipanti al concorso "Racconto di Natale" vi abbiamo dato qualche giorno per leggere ognuno di essi e farvene un opinione. 
Ora è venuto il momento di votare qual'è stato il vostro  scritto preferito lasciando un commento sotto questo post. Potete lasciare un commento a testa indicando il numero o il nome del Racconto.
Le votazioni partiranno subito e termineranno Lunedì 14 Dicembre,
Buona fortuna a tutti gli scrittori partecipanti.

Racconto n. 1 - God Rest Ye Merry, Gentlemen

Racconto n.2 - Un Natale speciale

Racconto n.3 - Un gioiello raro

Racconto n.4 - La vaccinazione antiinfluenzale

Racconto n.5 - Memorie di un vecchio albero di Natale

Racconto n.6 - La perla dell'amore

Racconto n.7 - Racconto di Natale

Racconto n.8 - La leggenda della cometa

giovedì 26 novembre 2015

Racconto n.8 - La leggenda della cometa

Quando calava la notte e le candide nuvole avvolgevano il cielo, una giovane fanciulla si affacciava alla finestra del suo castello per contemplare l'argentea luna.
Ella, sin da quando era piccola, credeva che quel batuffolo di luce, all'imbrunire del giorno, si recasse accanto al suo letto per vegliare su di lei, per accarezzarla con il suo splendore. Per ore e ore la ragazza, con gli occhi fissi sulla sfera, sognava come potesse essere sfiorarla e lasciare che le sue dita assaporassero la morbidezza dell'astro.
 Una notte, la fanciulla decise di provare ad avvicinarsi alla luna. Scese nell'immenso giardino che circondava il castello e cominciò a correre verso quella luce. Ogni passo fatto le dava, però, l’impressione di allontanarsene sempre di più, come se quel luminoso disco volesse sfuggirle.
 La fanciulla, esausta e infreddolita, si rannicchiò tra i cespugli. Lacrime calde le bagnarono il volto ormai  intristito.
 Nel vedere quella scena, un vecchio mendicante, noto alla gente del castello per saggezza e doti di magia, preso da compassione, le si avvicinò per chiederle cosa le avesse recato così tanto dolore. Ella gli raccontò la sua storia.  Dopo averla ascoltata con attenzione, il vecchio le promise aiuto, dicendo: <<Questa che vedi tra le mie mani è una polvere magica, in grado di esaudire ogni tuo desiderio. Sta attenta, però, i suoi poteri possono accontentarti per una volta soltanto ed è impossibile sciogliere il sortilegio>>.
La fanciulla, speranzosa, ringraziò il mendicante e afferrò il sacchetto di cuoio. Dopo averle ripetuto nuovamente le tante raccomandazioni, l'uomo sparì tra la nebbia della notte.
Impaziente, la fanciulla sciolse il nodo che sigillava il sacchetto…e…
oh, meraviglia! Tanti cristalli colorati iniziarono a librarsi nell'aria, a circondare il suo corpo e ad abbagliare i suoi occhi. In quell'istante ella pronunciò il suo desiderio:<< Vorrei sedere accanto alla luna. Vorrei ammirarla da vicino. Vorrei toccarla con le mie piccole mani>>.
Immediatamente i suoi piedi non avvertirono più la freschezza dell'erba bagnata dalla rugiada. Il potere dei cristalli le consentì di spiccare il volo. Impaziente di ottenere ciò che aveva sempre desiderato, alzò il braccio destro verso l'universo, come se volesse già afferrarla. In pochi secondi se la trovò tra le dita. Riuscì a percepire tutte quelle sensazioni che per anni aveva solo potuto immaginare. La gioia invase ogni parte del suo corpo.
La magia non si concluse lì. La fanciulla divenne un tutt’uno con il cielo. I suoi capelli setosi divennero un manto di stelle luccicanti e il suo sorriso accrebbe la luminosità della luna.
 Ella da allora volle vagare per il mondo, portare la sua luce nella vita di ogni uomo, donare il suo sorriso in ogni piccolo cuore.
 Una notte l’aria era  pervasa da un freddo tagliente ma, allo stesso tempo, si respirava qualcosa di magico. Lungo oscuri e scoscesi sentieri, scendevano a valle, pregando devoti, uomini e donne con umili doni: fresche primizie, chicchi di grano, spezie e broccati di terre lontane.
  E chi erano quei tre re con strani copricapi, sembravano maghi, quelli ritratti sul suo Libro delle Fate. E che ricco corteo di cammelli bardati, quante scatoline d’oro, rubini, zaffiri risplendenti! E quei vasi preziosi, profumavano di mirra ed incenso.
 <<Sembrano essersi smarriti…poveretti. Occorre che li aiuti. Ma dovrò calmare il mio freddo amico vento!>>.
Pregò allora il fiero Borea di soffiare dolcemente, di esser mite come Zefiro al sole di primavera. Il vento, rabbonito, parlò, soffiando tra le foglie ai tre uomini assisi in una grotta dopo il lungo e incerto cammino.
<<Seguite quel candido astro nel cielo! Certa la fede, unico il sentiero! Ma ditemi prima qual è la vostra meta, chi mai cercate in questa notte nera>>. I  tre, ascoltato il sussurro, dissero di venire da terre lontane, di essere maghi e re alla ricerca di un bimbo appena nato.  Era quel bimbo venuto al mondo per renderlo migliore, ma intanto giaceva in una stalla, dove un bue e un asinello gli donavano un po’ di tepore.
 Il vento riportò le parole alla sollecita Luna e la dea, incuriosita, si diede a cercare anche lei quel bambino, facendo da guida ai tre uomini con la sua scia di stelle  e d’argento.
E così, dopo valli percorse tra ripidi sentieri,  eccoli infine nel paesino di Betlemme: vi era lì una capanna circondata da devoti e, all'interno, una donna, un uomo, un bambino, un bue paziente ed un umile asinello. Una dolce melodia risuonava nell’aria, tra suoni di zufoli e agresti zampogne, tra inni di gioia e canti devoti.
L’astro annunciò di aver trovato il Redentore e i tre uomini, ormai esausti, si apprestarono a porgergli i doni preziosi. Col loro seguito e con fare maestoso,  riuscirono a farsi strada tra la folla incuriosita di pastori e ad arrivare, con un riverente inchino, accanto alla culla del bambino. Il redentore giaceva su un cumulo di paglia che sembrava dorata. I suoi occhi azzurri sorrisero ai colori dei gioielli, agli abiti sfarzosi, alle urne profumate di mirra e incenso. La madre stringeva la mano del piccolo, accarezzandogli le morbide guance; come era dolce il suo viso, soffuso da un triste sorriso! Quante volte col suo mantello turchino avrebbe avvolto il suo piccolo, gli avrebbe offerto calore e sollievo come un abbraccio di cielo; e il padre, l’umile Giuseppe, le stava accanto devoto, si assicurava che i due animali riscaldassero il piccino col loro respiro, ancora incredulo di fronte a quel miracolo grandioso, quella vita sbocciata dalla fede e dall’amore.
Fuori dalla capanna, il tempo sembrava essersi fermato. Ovunque si respiravano pace ed armonia. Quel bimbo col suo volto sereno sembrava non accorgersi neppure del terribile gelo. E tra canti, preghiere, offerte di doni, quel piccolo villaggio là fuori presagiva l’avvento di un mondo migliore e diverso, un mondo di amore e innocenza, di fede devota in speranze ormai disperse. La stessa natura sembrava risplendere in un magico incanto: bagliori luminosi brillavano su picchi montani, sulle limpide superfici di ruscelli e di laghi; tra cristalli di ghiaccio fioriti timidi bucaneve facevano capolino.
 Offerti i loro doni, i tre uomini ripresero il cammino col cuore in pace e l’animo felice.
  Fu quindi la volta dei pastori, che offrirono al bambino la lana e il fresco latte
 di bianche pecorelle e docili capre, e poi di contadini con ceste piene di pani, di miele e primizie prelibate, e ancora pescatori con i loro pesciolini argentati, sembravano riflettere  i verdi riflessi del lago. Sarte, lavandaie porgevano, materne, calde coperte e fresca biancheria; neppure mancava chi accendeva del fuoco, chi offriva del fieno alle due bestie mansuete, che ancora riscaldavano il bambino con dolcezza e zelo.
E quel piccolo pastore addormentato? Era l’orfano Benito nel suo sonno beato, dopo il lugo cammino. Avrebbe conosciuto quel bimbo, sarebbe stato il suo fratellino, avrebbe donato il suo cuore, a lui e alla sua nuova madre, la Vergine Maria.
E la luna? Cosa poteva offrire a quel tenero piccino? Non aveva che la sua luce e il suo sorriso.
Si avvicinò alla capanna, posandosi in cima, accolta da angioletti curiosi che guardavano abbagliati la sua scia.
 << Come sei bella! Sei la regina delle stelle o sei la sposa del Sole con il tuo candido splendore?>>.
<<Sono la Luna e vengo da lontano; ad uomini smarriti facevo da faro, ad anime sperdute indicavo la via finché trovai una luce più grande della mia>>.
<<E volerai lontano? Perché non resti a farci compagnia?>>
<<Starò sempre con voi su questa capannina, per donare al bambino la gioia di un sorriso, come un raggio di sole riscalderò il suo viso!>>.
E così, tra angioletti che danzavano a festa, dispiegò il suo mantello d’ oro e d’argento.

Già, perché non era più la Luna, ormai. Era una stella, la più bella e splendente. Era la Cometa, la stella della fede.

martedì 24 novembre 2015

Racconto n.7 - Racconto di Natale



   Quell’inverno fu uno dei più freddi a Gualtieri, giorni e giorni di grandi nevicate. Tutto era imbiancato e candido come una torta di compleanno ricoperta di pasta da zucchero sulla quale era sbadatamente caduto un vasetto di zucchero a velo, la torre dell’orologio era l’unica cosa che spuntava come una specie di candelina. Mario giocava coi suoi amici e anche se veniva da questi chiamato Piscialetto, perché una notte in colonia aveva bagnato il letto senza volere, si divertiva a costruire pupazzi di neve dal naso di carota oppure lanciava palle di neve grosse come arance contro quelli che lo chiamavano così. Essere chiamato Piscialetto lo faceva saltare su tutte le furie e il fatto che papà gli dicesse per rincuorarlo che «pure gli altri bambini di sicuro l’avevano fatta a letto almeno una volta solo che non erano stati beccati dai loro compagni», non lo rincuorava per niente.
   Nonostante ciò il Natale era alle porte e tutto questa storia del piscialetto passava in secondo piano, c’era da sperare nei bei regali, essere più buoni del solito, fare i compiti delle vacanze, insomma un bell’impegno per le feste. Una cosa però accomunava tutti i bambini di Gualtieri: l’antipatia verso il signor Ubaldo. Il signor Ubaldo era un vecchietto burbero e scontroso che non amava i bambini né il Natale, anzi si faceva prima a dire cosa gli piacesse, tra queste poche cose senz’altro c’era: spaventare i bambini. I bambini lo temevano e al tempo stesso gli facevano dispetti come lanciare palle di neve contro il suo vecchio furgone o intonare filastrocche nelle quali prendevano in giro la sua folta barba bianca e la sua panciotta rotonda.
   Decisero allora che uno scherzo coi fiocchi per uno che odiava il Natale, e a ragion di questo si raccontava che facesse pernacchie ogni qual volta si parlasse di Natale, fosse chiedere l’intervento di Babbo Natale stesso, e infatti nelle loro letterine scrissero tutti quanti la stessa cosa: «Caro Babbo Natele quest’anno per natale vorrei che al tuo posto ci fosse il signor Ubaldo», questo scrissero.
   Babbo Natale rimase sorpreso nel vedersi recapitare una tale mole di lettere in cui tutti richiedevano la stessa cosa, così s’incuriosì e mandò là a Gualtieri il suo elfo agente segreto a spiare da vicino il signor Ubaldo. Scoprì che quest’ultimo era ruvido come la corteccia dei pini che circondavano la sua casetta, dispettoso più del morbillo e appena un po’ meno sgradevole dello sciroppo per la tosse. Capì anche che quei bambini non erano stati per niente buoni poiché invece di essere gentili col signor Ubaldo per natale volevano prendersi gioco di lui rendendolo ciò che più di tutto detestava: il Natale stesso.
   Babbo Natale allora pensò di dare una lezione sia ai bambini che al signor Ubaldo, e perché no prendersi anche una meritata vacanza dopo tanti e tanti anni di duro servizio; così decise che per quel Natale il signor Ubaldo sarebbe diventato Babbo Natale, insomma lo avrebbe sostituito, e perciò i bambini non avrebbero ricevuto nulla a meno che qualcuno di loro non avesse infuso nel signor Ubaldo lo spirito del Natale che non aveva mai conosciuto.    
   Il signor Ubaldo si preparava a passare la viglia del Natale solo e davanti alla televisione come aveva sempre fatto fin da quando era bambino, si augurava semplicemente che passasse in fretta la notte e che il giorno dopo il telegiornale parlasse già dell’ultimo dell’anno o del freddo record. Proprio mentre accese la tv per guardare Porta a porta si accorse di essere d’un tratto vestito di un abito rosso, da scarponi lucidi neri e di avere la solita barba certo, ma più curata e florida, di una bianchezza da fare invidia. Si guardò allo specchio: «ma chi sono, forse il Gabibbo?», ci pensò un altro po’ poi fu attirato dai rumori che venivano da fuori; fu sbalordito: nel suo giardino infatti c’era una slitta, ma ancora più incredibile c’erano nove renne che zampettavano in giardino, una delle quali dal naso rosso illuminato; quest’ultima si avvicinò e in bocca aveva una patente di guida: ora era tutto chiaro, sulla patente c’era scritto Babbo Natale permesso di circolazione aerea nei festivi. «Beh non cambia nulla di nulla se sono o non sono Babbo Natale, anzi tanto meglio: nessuno avrà doni stasera, nemmeno quei mocciosi!» disse tra sé e sé, e gli venne d’esser felice. Si mise alla tv acconciato a quel modo ad aspettare che Bruno Vespa parlasse di politica, ma anche questo gli ricordava il Natale quella sera poiché il conduttore si misi a illustrare con un plastico 1:20 la casa di Babbo Natale. Non c’era pace per il vecchio signor Ubaldo, ora ne era certo anche lui, così decise di spegnere la tv e aspettare il dolce sonno.
   Era mezzanotte anche per i bambini nelle loro case e tutti se ne stavano davanti all’albero tristi di non averlo mai visto così spoglio, pochi doni o quasi nessuno se ne stavano ai suoi piedi; eppure non pensavano di averla fatta così grossa con la storia delle letterine, e ora pentiti speravano solo che babbo natale avesse trovato un po’ di traffico in cielo per via della neve. Passò ancora un po’ di tempo ma niente: il deserto sotto l’albero. Poi altro tempo e ancora dell’altro, ma il risultato non cambiò d’un ciglio.
   Mario pensò che si doveva fare qualcosa, salvare il Natale o almeno chiedere scusa al signor Ubaldo per lo scherzo della lettera per la quale nessun bambino quella notte avrebbe ricevuto un regalo. Allora fece finta di essere troppo stanco per rimanere in piedi, diede un bacio a mamma e papà e si mise a letto, visibilmente triste. Poi si vestì pesante e uscì di nascosto dalla porta sul retro della casa, sgusciando una stanza dopo l’altra. Mamma e papà non avrebbero sospettato di nulla, era stato accorto.
   In men che non si dica si ritrovò davanti a casa del vecchio vicino, suonò al campanello e rimase di sasso quando alla porta si presentò Babbo Natale, o meglio, il signor Ubaldo per quella notte Babbo Natale. Il vecchio lo fece entrare subito, c’era troppo freddo poi gli domandò:
-          Che vuoi tu? Sei venuto per prendermi in giro, forse?
-          No, sono venuto per chiederle di salvare il Natale – gli rispose un po’ intimorito.
-          Quest’opera è merito vostro non è vero? – e s’indicò la barba e i vestiti con l’indice.
-          Sì, in effetti è colpa nostra, sono qui anche per scusarmi con lei.  
-          Non accetto le tue scuse marmocchio, vattene e lasciami solo! Odio questo giorno e odio tutti voi stupidi bambini!
   Mario non sapeva cosa dire, in quel momento il signor Ubaldo gli sembrò davvero un uomo solo, triste e con tanto bisogno di qualche amico. Allora si fece forza e continuò:
-          Ma signor Ubaldo, il natale è il momento più bello dell’anno, tutti in questo giorno devono essere più buoni con gli altri, anche con chi non è molto simpatico.
-          Basta! Non sarò buono proprio con nessuno perché nessuno lo è mai stato con me.
-          Ma signor Ubaldo, perché odiare così il natale, sarà stato un bambino anche lei, allora non lo amava il Natale?
-          No, ti ho detto di no.
   Il vecchio si sedette sulla sua poltrona e si acquietò un momento, sembrava meno arrabbiato di prima, e forse un po’ più triste. Poi il signor Ubaldo incominciò a raccontare:
-          Vedi ragazzino, quando ero piccolo persi entrambi i genitori e finii in un orfanotrofio e il giorno di Natale quando tutti gli altri bambini ricevevano regali e passavano le feste in famiglia io rimanevo da solo, senza un regalo né qualcuno a farmi compagni. Iniziai a odiare quella festa e sperare che non tornasse mai più né l’anno dopo né gli altri a venire. Mai più il natale, mai più Babbo Natale. Inoltre ricordo che quando avevo la tua età per la paura di rimanere da solo la feci a letto e gli altri bambini dell’orfanotrofio mi presero in giro per un sacco di tempo, mi chiamavano Piscialetto…
-          Piscialetto?
-          Sì, hai campito bene, Piscialetto.
-          Anch’io vengo chiamato così.
-          Allora odierai anche tutti gli altri bambini e il natale, non è vero?
-          No, ora ho capito come farli smettere. Ho capito come fare!
-          E come? Sei solo un bambino…
-          Lo farò col suo aiuto, lo farò diventando coraggioso!
-          Spiegati meglio… – lo sguardo del vecchio sembrò come quello di un bambino adesso: curioso e dolce.
-          Salveremo il Natale, signor Ubaldo, l’aiuterò nella consegna dei doni, sarò l’aiutante di Babbo Natale, e lei Babbo Natele.  Tutti i bambini saranno felici e lo sarà anche lei, vedrà.
   Il vecchio era sorpreso, ma volle dare ascolto al bambino. Di colpo le renne erano tutte in fila perfette, fuori dalla casa. La slitta colma di un enorme sacco pieno di regali. I due allora salirono su di essa e al cenno del vecchio le renne cominciarono a volare. Babbo Natele, o meglio il signor Ubaldo, e il suo aiutante, o meglio il piccolo Mario, fecero il giro di tutti i comignoli e portarono doni a tutti i bambini. Si erano divertiti come mai prima di allora. Il vero babbo Natele li aveva seguiti nascosto sotto al grembo di una renna. Così comprese che i due avevano capito lo spirito del Natale e salvato il Natale stesso, ora era felice pure lui, anche se tutto indolenzito per il viaggio scomodo, «altroché vacanza», pensò.  
   Ma ormai era mattina, era ora che i due si lasciassero e ciò dispiaceva a entrambi. Il vecchio era diventato di colpo triste perché sapeva che sarebbe rimasto di nuovo da solo e anche Mario lo era perché al signor Ubaldo si era affezionato. Allora gli disse:
-          Signor Ubaldo, se non ha altri impegni perché non viene a passare il giorno di natale con la mia famiglia, c’è posto anche per lei!
-          Dici sul serio? Beh in effetti non ho ricevuto ancora proposte convincenti, avrei qualcosa da fare ma non saprei… forse potrei farla un altro giorno?
-          La prego signor Ubaldo, ne saremmo felici!
-          D’accordo, verrò!

   E da quel giorno e per tutta la vita il signor Ubaldo passò tanti Natali felici, in compagnia del suo nuovo amico e della sua nuova famiglia. I suoi regali erano quelli che Mario e i suoi cuginetti aprivano con più piacere perché quando il cuore di un adulto è colmo dello spirito del Natale questo dona il più bel regalo che un bambino possa ricevere: il suo amore. 

lunedì 23 novembre 2015

Racconto n.6 - La perla dell'amore




Quando sulla Terra cala l’inverno, una creatura magnifica e fatata si risveglia dal suo sonno estivo: l’Angelo della neve.                                                                                                                                         Appena destatasi, l’Angelo si mise subito all’opera: riempì la sua ciotola di fiocchi di candida neve appena fabbricata, e particolare cura riservava alle sue ali di colore niveo.
In seguito, l’Angelo partì, badando a non rovesciare il contenuto della ciotola.                                                                                                                                                        Arrivata alle soglie di un villaggio, si fermò a guardare il paese dormiente.
Prese una manciata di neve e la lasciò cadere al suolo. Poi una seconda e una terza…
In quel mentre, rannicchiata in un vicolo, una bambina avvolta in una coperta osservava, meravigliata, quella angelica creatura.
 La piccola, di nome Cleo, decise di alzarsi e seguire dalla terra il volo di quel candido Angelo. Camminò per ore e ore per le strade percorse da carrozze frettolose,  tra annoiati  damerini “impacchettati” dietro frivole signore giovani e attempate. Ma quell’Angelo dov’era? Perché era svanito?
 Stanca  ed affranta per il lungo cammino,  si diresse verso il solito cantuccio in un vicolo vicino: lì poteva un po’  dormire e magari rivedere almeno sogno quell’Angelo che le sembrava amico.
Ma la fame le impediva il riposo e così,  alla ricerca di quell’Angelo,  si rimise di nuovo in cammino (in realtà si era anch’esso appisolato su di un tetto al calore di un camino) .
Ma dopo pochi passi…mmmh..che dolce profumino!
Biscotti colorati occhieggiavano tra confetti e gelatine nella piccola vetrina  un po’ appannata di una pasticceria…e cialde e focaccine appena sfornate e che torta magnifica, sembrava Babbo Natale! E quanta gente dentro, signore eleganti con vestiti merlettati, nonne pazienti alle prese con pargoletti vivaci. E un continuo ordinare: “Pasticcini con il miele, sono ottimi col thé”, “A me quelli con le mandorle, a lui un bigné!”. “Solo un attimo, un po’ di cortesia!”, rispondeva una servetta affaccendata con cuffietta e grembiule, mentre un donnone infornava e sfornava senza posa col volto rabbuffato ancora sporco di farina.
Quatta quatta, Cleo si intrufolò tra gonne e tavolini. Un topolino di pasta frolla sembrava guardarla con aria complice…una fatina di zucchero sorriderle, lieta delle sue piccole e argentate perline…<<No, non li mangerò, sono così carini! Ma sì, ecco il pasticcino che fa per me!>>. Era una stella di glassa e zuccherini, le ricordava tanto quell’Angelo con i suoi fiori di neve. <<No, stellina, non ti mangerò, prenderò soltanto un poco del tuo zucchero!>>.
 Tese la mano sul tavolino del vassoio, afferrò il dolcetto e corse fuori dal negozio.
Il donnone si voltò al rumore del vassoio capovolto, mancava un biscotto, proprio quello che  la bimba sull’uscio stringeva tra le mani appiccicose  di zucchero: <<Dove vai, piccola ladra? Torna indietro!>>.
Cleo correva a più non posso, inseguita dal donnone, che gridava “Al ladro, al ladro!”. Accorrevano gendarmi, aggirandosi impacciati, codazzi di pettegole pronte a far la morale.
Ed eccola infine entrare in un bosco, correre tra i rovi che le laceravano il vestito, sul terreno coperto di neve e di foglie.
Ma il donnone non demorde: con la gonna sollevata ed in mano un bastone, le sta alle calcagna, gridando minacciosa.
Allarmata da quelle urla, l’Angelo si volse a guardare cosa mai avesse potuto scatenare quel  putiferio infernale.
 Ed eccola scoppiare in una risata alla vista della truce e  grottesca fornaia: aveva il volto  paonazzo di rabbia mentre urlava contro una tremante figurina davanti a lei. Fu proprio questa ad attirare l’attenzione dell’Angelo: sembrava davvero disperata.
<<Poverina – pensò - così piccina e indifesa… di cosa avrà mai colpa? Ha bisogno di aiuto, così fragile e indifesa!>>.
 E così, l’Angelo calò in picchiata, prese tra le braccia Cleo, lasciando la stregaccia con un palmo di naso.
<<Chi sarà mai questa donna così bella? Forse una fata? Ma le fate non hanno le ali…Oh, sì…ma è l’Angelo che ho visto nel cielo!>>: col visino smunto, ancora rigato di lacrime, Cleo continuava a guardare, affascinata, quell’incantevole creatura.
– Come mai quella donna ti stava inseguendo? – domandò l’Angelo.
– Per questo – rispose la bambina, mostrando la stella -  Però… - aggiunse rossa in viso - io non sono una ladra!
L’Angelo la guardò piena di compassione e pensava a quanto il mondo fosse crudele, pronto a condannare un bambina che aveva preso quel dolcetto  così carino, per fame certo o forse per avere, quasi fosse una bambolina, un po’ di affetto e una muta compagnia.
- E dov’è la tua casa? Chi è la tua mamma? – le chiese, sollecito.
- Mia mamma è su nel cielo, è morta per donarmi la vita. Così mi diceva il babbo. E ora anche lui è lassù. Io prego per loro e vivo di fortuna. E loro mi aiutano sempre, ne sono sicura!
Ma tu, piuttosto – continuò, rassicurata dal suo sguardo materno-  raccontami un po’ di te. Non ho mai visto una creatura così bella !
L’Angelo si preparò a raccontare una storia che pochi avevano potuto sentire:
- Io sono l’Angelo della Neve e il mio regno è il Celeste Giardino. Non sono l’unico,  ci sono molti angeli simili  a me: l’Angelo dei fiori, l’Angelo delle gemme, l’Angelo delle stelle, di coralli e di  perle. Un tempo vivevamo a contatto con gli uomini, quando ancora non c’erano l’odio e il risentimento nei loro cuori. Ma con l’avvento di questi sentimenti, loro persero la capacità di sognare e di amare. Il loro mondo era triste per noi e così volammo via, sempre più in alto, oltre orizzonti lontani. Giungemmo oltre le nuvole e qui viviamo nella Città degli Angeli felici. Talvolta, certo, ci coglie un po’ di nostalgia per il giardino del mondo… C’è ancora amore lì ma è custodito solo nel cuore dei bambini. Ed è a loro che rivolgiamo il nostro volo. Ogni cristallo di neve diventerà una gemma e ogni gemma un fiore. Un fiore di gioia che donerà speranza, che darà luce e farà nascere un sorriso…Ed ora fammelo tu un bel sorriso, …ancora non mi hai detto qual è il tuo nome?
– Cleo, rispose la bimbetta, succhiando la glassa del dolcetto, e tu come ti chiami?  
– Posso dirtelo solo se prometti di mantenerlo segreto – al cenno d’assenso della bambina, l’Angelo proseguì – Il nostro è un nome con proprietà magiche. Il mio è Abianel. Ma usalo solo se ne hai davvero bisogno, in altri casi io sono semplicemente Nel.
-Bene, Nel, puoi aiutarmi? Non posso più tornare dopo quello che è successo e non so dove andare… - gli occhi le si riempirono di lacrime.
– Non preoccuparti, ci ho già pensato. Ora ti prenderò in braccio e ti porterò in una casa con tanti angioletti piccoli e dolci proprio come te. Lì avrai amici, abiti, tante buone cose da mangiare e un lettino caldo. E pensa che bello sarà il Natale!
La bimba sorrise, incredula… L’Angelo la sollevò delicatamente dal suolo e si librò sfiorando le nuvole. Cleo non osava guardarsi intorno, poi si fece coraggio, aprì gli occhi e…
Che meraviglia! Come era piccolo il mondo da lassù! Sembrava una biglia colorata, come quelle che donava il nonno, che girava e girava. E i pianeti, la luna…volteggiavano nell’aria come i coriandoli di un folle Carnevale!
L’Angelo, terminato il suo volo, calò su una soffice coltre di nuvole.
- Dammi la manina, fa qualche passettino e chiudi gli occhi! Ecco, ora aprili!
Una luce sempre più intensa colpì i suoi occhietti ancora stropicciati. La luce prese forma, rifulse di preziosi bagliori…Era una casa, sì; proprio in mezzo alle nuvole. Una casa di cristallo, con porticine d’argento, su di  un prato tempestato di rubini e  smeraldi. E quell’albero di luce  con le sue tante perle? Sembravano fiori di cielo, petali di arcobaleno!
- Vedi – le spiegò l’Angelo, carezzandole la testolina arruffata - in questo giardino per ogni lacrima di un bimbo innocente si accende una perla e la tua è la più bella. E quell’albero, che si illumina di oro ed argento, è eterno come sono eterni il dolore, la gioia, l’amore.
Una lacrima, ma stavolta di gioia e commozione, rigò il volto della piccola, ancora incredula.

Tra i rami dell’Albero brillò una perla. La più grande e bella. La perla dell’amore.