martedì 17 novembre 2015

Racconto n.2 - Un Natale speciale

UN NATALE SPECIALE
“Ehi…psss…palla dorata…dico a te…”.
“Quante volte ti ho chiesto di non chiamarmi con quello stupido nome…”.
“Quale?...Palla dorata?...”.
“Non fare lo spiritoso…altrimenti….”.
“Altrimenti cosa?...Ma guardati, con tutti quei brillantini addosso e disegnini naif…più che una palla dell’albero di natale mi sembri …mi sembri…”.
“Ah, sentilo lui, il festone argentato…il re del jetset mondano…ti hanno mai detto che la coda di una puzzola è più attraente di te? Faresti bene a tapparti la bocca prima di parlare, visto che è quello che pensano tutti qua dentro…”.
“Vero!”
“Giusto!”
“Dai, fagli vedere chi sei!”
“Brava, palla dorata, cantagliene quattro, una volta per tutte!”
“Si, sono più di trecento giorni che lo sopportiamo…ora basta!”
Non ne possiamo più! Basta! Basta!”
Un coro di proteste si levò dal fondo dello scatolone di cartone.

Sì, avete capito bene: proprio uno scatolone di cartone, un grande ed ingombrante scatolone con la scritta COSE DI NATALE posto sul pavimento di una buia soffitta di un palazzo di una grande città.
A protestare erano tutti i decori di un albero di Natale: palle, festoni, stelle, candele, luci, oggetti di ogni tipo e forma, quegli stessi oggetti che voi probabilmente, anzi sicuramente, mettete ogni anno sul vostro albero di Natale e che ogni anno rivivono dopo essere stati dimenticati in scatole, scatoloni, cassetti, mobili di cantine, sgabuzzini, soffitte, garage e chi più ne ha, più ne metta.
Ebbene, non lo sapevate? Questi oggetti hanno un’anima, hanno sentimenti, parlano, vivono una vita che nessuno immagina…già, è assolutamente così.
Vivono.
Proprio l’altro giorno, addobbando il mio albero di Natale nel silenzio della mia casa, ho avuto  la netta sensazione che gli oggetti che stavo estraendo dalla scatola nella quale erano stati riposti l’anno precedente e quello prima e quello prima ancora, mi stessero osservando e volessero dirmi qualcosa.
E’ stato davvero un attimo, un piccolo, piccolissimo attimo, ma in questo brevissimo lasso di tempo mi è sembrato di scorgere sorrisi, ascoltare bisbiglii sommessi, sentire dei fremiti ogni volta che prendevo in mano qualcosa, insomma ho quasi avuto la certezza che stesse accadendo un piccolo miracolo: gli oggetti stavano prendendo vita…
Ci credete se vi dico che ho cominciato a parlare con loro?
Noooo?
E invece è così.
Abbiamo cominciato a parlare, io e loro!
Oh, è stato bellissimo, incredibile, emozionante, e spero che anche voi, al termine del mio racconto, proviate almeno una parte di quello che ho provato io!
No, non sono pazzo, non dite cose di cui potreste pentirvi…
Almeno non prima di aver ascoltato la loro storia, quella che mi hanno raccontato, una mattina di pochi, pochissimi giorni fa…

“Ehi! Ho appena detto di non voler essere chiamato palla dorata! Intesi?”
Le voci si spensero immediatamente.
Anche il festone argentato smise di parlare e si arrotolò a spirale come volesse farsi più piccolo appiattendosi contro un angolo della scatola.
Palla dorata (lo chiameremo così anche noi, ma senza farci sentire…) mugugnò ancora qualcosa, poi cambiò decisamente argomento.
“Fa caldo qui”.
“Dovresti cercare di liberarti di quella carta bianca con cui ti avvolgono ogni anno. Le palle di plastica non hanno alcuna carta che le possa coprire e non si lamentano mai…”, disse il filo di luci colorate che non aveva preso parte al coro di proteste.
“Non so sarebbe una buona idea..”, bofonchiò palla dorata. “Non mi piace stare nuda in mezzo a una miriade di oggetti che non fanno altro che guardarsi l’uno con l’altro col solo scopo di criticare e ridicolizzare l’altro. Preferisco morire di caldo..e poi quelle sono palle di plastica. Io sono di vetro e c’è una bella differenza..”.
“Ma come ti permetti?”, urlò piena di risentimento una delle palle gialle di plastica.
“Già, chi ti credi d’essere?”, aggiunse un’altra tremando dalla rabbia per ciò che aveva sentito. “Siamo palle anche noi e decoriamo l’albero esattamente come lo decori tu, palla dorata dei miei stivali!”.
“E dai, ragazze, non volevo mica offendere! Ma è innegabile che il vetro è diverso dalla plastica…ha bisogno di maggior protezione, maggiore cura…ma certamente non voglio dire di essere migliore di voi…”.
“E allora non ti lamentare”, continuò il filo elettrico.
“Non mi sto lamentando! Sto solo dicendo che fa caldo! Punto e basta!”.
“Sentite, siamo troppo nervosi!”, intervenne il babbo natale di pezza. “Dobbiamo cercare di stare tranquilli e pazientare, come facciamo tutti gli anni. Lo so che è difficile stare chiusi dentro uno scatolone per quasi un anno in attesa di essere tirati fuori e respirare aria nuova, vedere la luce, ascoltare le grida dei bambini, bearci dei sorrisi con cui veniamo guardati da decine se non centinaia di occhi felici…Però dobbiamo farlo. Questa è la nostra vita, questo il nostro mondo. Lo sapevate quando vi hanno fabbricato, no? Vi avevano detto che sarebbe stato così. Dunque cerchiamo di essere più adulti e consapevoli del nostro ruolo. Piuttosto cerchiamo di ingannare il tempo in maniera più costruttiva e meno noiosa! A che serve battibeccare sempre  fra noi? Converrete con me che  non porta da nessuna parte e inoltre  inasprisce i nostri rapporti. Dunque, attendiamo con fiducia il giorno in cui saremo liberati da questa collocazione non proprio, ehm…felice e prepariamoci all’evento con speranza e allegria, come si conviene a degli addobbi di natale quali noi siamo”.
“Bravo, bravissimo!”, proruppero in grida di giubilo le lampadine del filo elettrico.
“Babbo, sei un mito!”, applaudì la campanella rossa tintinnando a più non posso.
Di nuovo decine di voci, questa volta inneggianti al babbo natale di pezza, si levarono da ogni parte dello scatolone. Perfino l’albero di natale, che si trovava chiuso in un sacco di plastica accanto allo scatolone degli addobbi e che fino  a quel momento  era sempre stato in disparte, decise di prendere parte alla discussione generale.
“Propongo di eleggere babbo, capo della nostra comunità per quest’anno e, se possibile, anche per gli anni a venire! Chi è d’accordo lo dica o taccia per sempre!”
“Io sono d’accordo”, disse subito palla dorata.
“Pure io, albero, sono assolutamente d’accordo”, aggiunse il filo elettrico.
“Pure io!”.
“Io pure!”.
“Anche io! Contate anche me!”.
“Certo!”.
“Sono con voi! Babbo è il nostro capo!”.
“Babbo, babbo!”.
“Si, vogliamo Babbo! Bravo albero!”.
“Bene!”, disse l’albero notando con soddisfazione che la sua proposta era stata accolta all’unanimità. “Sembra, dunque, che abbiamo un nuovo capo...”.
“Io non sono d’accordo”.
Tutti gli oggetti si voltarono nella direzione dalla quale proveniva quella voce che era piombata sulle loro teste come un fulmine a ciel sereno.
“Non sono d’accordo”, ripeté la punta dell’albero nel silenzio generale.
“Siamo una comunità democratica”, disse l’albero. “Ti ascoltiamo, punta, parla pure”.
“Io sono la punta dell’albero. Dimenticate che mentre voi siete posizionati tra i rami, io sto sopra tutti . Di conseguenza, vedo cose che voi non potete vedere, senza contare che, modestamente…”.
“Si, modestamente….”, fece il verso disgustata la renna trasparente.
“Modestamente”, riprese la punta con sguardo torvo rivolto alla renna. “Sono il tocco finale che rende un albero di natale…come dire…unico…”.
“Puà! Che sfacciata! Ma che cosa ci tocca sentire…”, disse palla dorata coprendosi gli occhi con la carta bianca come se non volesse più vedere.
“Shhhhh!”, fece di rimando il neoeletto capo Babbo Natale. “Tutti hanno il diritto di esprimere la propria opinione, che vi piaccia o no!”, tuonò ancora.
Poi attese che venisse fatto di nuovo silenzio e si rivolse alla punta.
“Hai detto ciò che pensavi e te ne siamo grati. Prendiamo atto del tuo disappunto, ma la maggioranza ha decretato che d’ora in avanti a guidarvi sarò io. Ti prego di rispettare questa decisione come noi rispettiamo il tuo punto di vista e ti assicuro che ne terremo conto. Sei importante per noi come ognuno è importante per la nostra comunità. Il contributo di tutti è necessario perché l’armonia e la gioia che dispensiamo siano sempre il nostro obiettivo primario. Ma ora prepariamoci. Se non sbaglio siamo vicini alla data che stiamo tutti aspettando con ansia…forza nastro, è arrivato il momento di dirci come stanno le cose! ”.
Il nastro rosso si avvicinò a un lato della scatola mentre gli oggetti si retraevano per fare strada. Il momento era davvero solenne. Avrebbero saputo tra poco quanto tempo rimaneva prima di essere utilizzati per un nuovo Natale. Fiocco rosso aveva il compito di contare i giorni che li separava dalla data fatidica. Lo faceva ascoltando il rintocco delle ore di un vecchio pendolo anch’esso conservato nella soffitta. Questi, con estrema gentilezza e cortesia, aveva accettato di fare un rintocco particolare ogni mezzanotte per avvertire chi, tra gli oggetti accatastati in quel luogo buoi e polveroso, fosse interessato alla conta del tempo. Inutile dire che i suoi ammiratori più sfegatati erano proprio gli addobbi dell’albero di Natale che non vedevano l’ora di essere liberati e rivedere la luce del giorno. Fiocco rosso era stato dunque  incaricato di registrare i rintocchi e ogni mezzanotte, mentre tutti dormivano beati russando e sognando, faceva un piccolo segno sulla parete interna della scatola che corrispondeva a un giorno. Si avvicinò quindi con aria solenne alla parete utilizzata per segnare i rintocchi dell’orologio seguito da decine di occhi che in silenzio attendevano il responso.
“Dunque…ecco…lasciatemi contare…ventitré…settantotto…più trentasette fa centoquindici….centonovantadue….aggiungiamo gli altri cinquantaquattro e siamo a duecentoquarantasei….altri sessantuno e sono trecentosette….ehm…aspettate….qui ce ne sono venti e quindi siamo a trecentotrentasette…e quindi…o mamma mia…o Santa Vergine del Carmelo….ma non può essere…”
“Suvvia fiocco!”, gridò spazientito Babbo Natale. “Non tenerci sulle spine….quanto fa?”.
“Fa…fa…fa…se non sbaglio…”.
“Allora? Ti si è rigirata la lingua?”
“Fa…insomma dovrebbe…cioè oggi è….”
“Che giorno è oggi? Parla dunque! Stiamo tutti aspettando!”
Fiocco si voltò verso la platea che pendeva dalle sue labbra e in un silenzio pieno di trepidazione aveva seguito tutti i suoi calcoli senza perdere una parola.
“E’ l’otto dicembre!”, disse tutto d’un fiato accasciandosi poi contro la parete vinto dall’emozione e dalla fatica per lo sforzo del difficile calcolo.
“L’otto dicembre? Oggi è l’otto dicembre? Sei sicuro fiocco?”, domandò Babbo Natale mentre gocce di sudore gli rigavano la fronte e il collo.
“Si…si...sicurissimo!”, balbettò fiocco con un filo di voce. “Oggi è l’otto dicembre!”.
“Ma allora vuol dire che stanno per venire a prenderci! Forza amici! Ognuno al proprio posto! Preparatevi! E’ giunto il momento tanto atteso! Oggi torneremo a vivere! Vedremo la luce! Oggi è il giorno che tutti aspettiamo! Di corsa! Sistematevi! Ogni momento può essere quello giusto!”.
Ci fu un fuggi-fuggi generale.
Chi urlava, chi pregava, chi si infilava nella propria scatolina, chi nella carta, chi si scontrava, chi non trovava la propria posizione e si aggirava disperandosi ora di qua ora di là, chi piangeva, chi rideva, chi chiamava, chi rispondeva, chi non sapeva cosa fare o cosa dire.
Insomma, la confusione regnava sovrana.
Alla fine, però, tutti riuscirono a sistemarsi e di nuovo il silenzio la fece da padrone.
Babbo Natale attese che la situazione si normalizzasse e poi si rivolse con un soffio di voce alla scopetta di paglia che se ne stava rintanata nella busta di plastica trasparente insieme a tanti altri oggetti che osservavano la scena tremando dall’emozione.
“Ce la fai a metterti in piedi e sbirciare fuori dalla scatola?”.
La scopetta si mise subito sull’attenti. “Certo, Babbo! Ma per quale motivo?”.
“Voglio sapere se è giorno o notte”.
“Agli ordini, Babbo! Eseguo immediatamente!”.
La scopetta si drizzò sulle setole e cercò di infilare la punta del suo manico tra la parete dello scatolone e il coperchio. All’inizio non riuscì a fare nulla poiché quest’ultimo era molto pesante e su di esso gravavano altri oggetti ammonticchiati l’uno sull’altro. Ma poi, dàgli e dàgli, trovò un punto dove si era creato un po’ di spazio e a forza di spingere finalmente poté sbirciare fuori. La flebile luce della sera penetrava dalla finestrella della soffitta e a mala pena illuminava l’ambiente interno.
“Allora?”, chiese ansiosamente Babbo.
“E’ sera” sussurrò  la scopetta abbassando il coperchio.
“Mmmm…”. Il capo degli addobbi assunse un’aria pensosa. “Strano…è sera e ancora non si vede nessuno….forse abbiamo sbagliato i calcoli….”.
Dall’altro lato della scatola si udì la voce di fiocco.
“Io non mi sono sbagliato. Oggi è l’otto dicembre! Non ho dubbi! E la giornata non è ancora finita!”.
“Fiocco ha ragione”, disse la scopetta. “Può darsi che abbiano avuto altro da fare…forse tra poco arriveranno…”.
“Mah, non so”, continuò Babbo con la sua aria sempre più pensosa. “Attendiamo e vediamo. Se è  davvero l’otto dicembre, qualcosa succederà. Gli umani in questo sono molto precisi e attaccati alla tradizione. Campanelle, restate sveglie. Al minimo rumore, date l’allarme. Intesi?”.
“Si, si, ci pensiamo noi!”, gridarono all’unisono le campanelle. “Tanto non abbiamo sonno; siamo così eccitate…”.
“Bene, allora buona notte a tutti e….speriamo di essere svegliati!”.
Si stiracchiò un poco, poi appoggiò la testa al fungo maculato e si addormentò di botto.
Era stata una giornata molto faticosa.
Aveva da poco cominciato a sognare che un rumore acuto lo fece sobbalzare.
Din, din , din din.
All’inizio non riuscì ad identificare subito quello strano rumore; era sprofondato in un sonno così profondo che faceva fatica anche solo a sollevare una palpebra.
Din , din, din ,din.
Poi capì di cosa si trattava: le campanelle!
Si voltò nella direzione da cui proveniva quel suono ritmico e frenetico e riuscì a scorgere il filo cui erano legate le campanelle che si contorceva a più non posso e costringeva i martelletti delle minuscole campane a battere sul bordo delle stesse producendo il suono che lo aveva svegliato di soprassalto.
Din, din , din, din.
“Ci siamo!”, urlò con quanto fiato aveva in gola. “Svegliatevi tutti, stanno arrivando! Mi raccomando: silenzio e ordine!”.
Tutti gli oggetti alzarono gli occhi verso il coperchio. I loro cuori battevano ad un ritmo forsennato. Tremavano come foglie al vento, tanta era l’emozione. Ma nonostante ciò, erano tutti immobili e trattenevano il respiro. Dovevano solo attendere. Tra poco avrebbero visto la luce.
Lo scatolone si mosse.
Qualcuno lo stava sollevando.
A quel punto ogni oggetto si aggrappò con forza a chi stava accanto. Il filo elettrico si svolse e cinse le palle di natale in modo che queste non  rotolassero da una parte all’altra dello scatolone. Tutto era stato studiato e preparato nei minimi particolari. L’organizzazione era perfetta.
Poi lo scatolone cominciò a dondolare, ora su, ira giù. Era chiaro che stavano percorrendo delle scale.
Poi smise di dondolare e non si mosse più.
Si sentivano delle voci umane; qualcuno stava armeggiando con qualcosa.
“Stanno montando  l’albero!”, disse palla dorata.
“Zitta!”, fece di rimando Babbo. “Non ti devono sentire! Sei forse impazzita?”.
Palla dorata abbassò gli occhi. Era mortificata. Non doveva lasciarsi prendere dall’emozione, altrimenti avrebbe rovinato la magia di quel momento tanto atteso.
Così si ammutolì e alzò di nuovo lo sguardo in attesa degli eventi.
Non passarono che pochissimi minuti e il coperchio venne sollevato.
Una mano penetrò nella scatola e sollevò delicatamente palla dorata.
L’oggetto di vetro rimase letteralmente abbagliato dalla luce.
Chiuse gli occhi e respirò profondamente.
Aria! Luce! Dio che meraviglia!
E quella mano calda che la toccava così delicatamente, che meravigliosa sensazione!
Ora si, sentiva la vita che si impossessava di nuovo di lei, sentiva il vetro riscaldarsi, tutto il suo corpo era pervaso da un tremito di benessere.
Oh, meraviglioso benessere…
Nonostante questo evento si ripetesse ogni anno, tutto sembrava nuovo, era come se fosse ogni volta la prima volta.
Aprì gli occhi.
Davanti a lei altri due occhi.
Sotto di lei decine di occhi la fissavano  pieni di ammirazione e anche di invidia.
Guardò prima in basso.
Poi in alto.
Quegli occhi la rapivano, la stregavano.
“Ricorda!”, la voce di Babbo le giunse da lontano. Sembrava venire dalle viscere della terra. “Lasciati trasportare senza dire una parola! Non ti muovere! Non respirare! E’ la nostra regola! Ricorda!”.
Si, lo ricordava bene.
Ma c’era qualcosa….qualcosa….quegli occhi che la guardavano…non poteva resistere….doveva dire qualcosa….voleva dire qualcosa…
Non resistette all’impulso.
Una forza misteriosa la chiamava a comportarsi in maniera diversa dagli altri anni.
“La regola!”, pensò per un attimo. “Chi se ne frega della regola!”, pensò un attimo dopo.
Così sgranò gli occhi e guardando fisso in quegli occhi umani che la continuavano ad osservare mentre la tenevano sospesa a mezz’aria con una mano, ruppe ogni indugio.
“Ehi!”, disse. “Ciao, sono…sono…palla dorata…anche se non mi piace che mi si chiami così, tu puoi farlo, se vuoi…sai, sono felice che tu mi abbia presa…vedrai, non ti deluderò…sono bella, fragile, ma bella….farai un figurone con i tuoi amici…io…io…sono così felice di essere qui…di nuovo…mi sento finalmente viva…vedo la luce….questi mesi al buio sono stati un inferno…che depressione…ma ora…ora….è un’altra cosa…vuoi essere mio amico? Ti va di parlare un po’ con me?...ti ascolto se vuoi…puoi confidarmi i tuoi pensieri, le tue preoccupazioni…posso essere una buona amica…ho tanto bisogno di amici…e…pure tu, immagino…insomma io…”
Gli occhi la scrutarono più da vicino.
Oddio! Forse l’avevano sentita! L’umano avrebbe potuto parlare con lei! Santo cielo, che emozione!
Alla faccia della Regola!
Ma perché non l’aveva fatto gli anni scorsi?
Che stupida che era stata a dar retta a quegli ancor più stupidi dei suoi colleghi!
Ora avrebbero visto che cosa era capace di fare e soprattutto cosa si erano persi dando retta a quella maledetta regola che impediva loro di comunicare con gli umani!
Ma…ma…cosa stava succedendo?
L’umano l’aveva attaccata ad un ramo del’albero e ora si accingeva a prendere altri oggetti dallo scatolone!
Ma come, non l’aveva sentita?
Tutte quelle smorfie, quello sguardo dolce e comprensivo per nulla?
Ma che razza di scherzo era quello?
D’un tratto comprese.
Non avrebbe mai potuto parlare con l’umano, raccontare la sua storia, fargli capire che si trattava di una cosa viva e non di un semplice oggetto da appendere per addobbare un albero e far ridere i bambini.
Una grande tristezza si impadronì di lei.
Decise di non parlare più, neanche con i suoi compagni di scatolone.
Ad uno ad uno questi venivano presi e posti sui vari rami dell’albero.
Ridevano, erano felici.
Ma lei no.
Non poteva esserlo.
Arrivarono gli gnomi, le stelline, campanelle e festoni, poi i funghi, le ciliegie, i fiocchi, Babbo Natale e le renne, perfino il ragno d’argento.
Poi arrivarono le luci che addirittura presero a cantare quando la spina del filo elettrico fu collegata alla presa.
Tutti erano contenti.
Tutti sprizzavano allegria da tutti i pori.
Che rabbia!
Ed infine la punta.
Guardava gli oggetti dall’alto in basso, con aria trionfante, come fosse una star di Hollywood.
“Che vi piaccia o no, io sto sempre più in alto di voi!”, urlò con aria di sfida mentre veniva posizionata sulla punta dell’albero.
“Vedi piuttosto di non farmi il solletico!”, disse l’albero guardandola torvo. “Se non fai la brava ti faccio cadere per terra, così la vediamo se continui a far l’arrogante stupida!”.
La punta ammutolì di colpo.
Se l’albero l’avesse fatta cadere da quell’altezza si sarebbe frantumata in mille pezzi.
Meglio star zitta e godersi comunque il suo trionfo.
Tanto, sempre più in basso sarebbero stati, quegli insignificanti addobbi da quattro soldi.
Babbo Natale, al centro dell’albero, osservava tutto con grande attenzione.
Avrebbe dovuto rimproverare come si conveniva palla dorata per aver infranto la regola, ma decise di non farlo. Dopo tutto non aveva fatto nulla di male se non tentare di instaurare una conversazione improbabile, molto improbabile, con gli umani.
Ne avrebbero parlato una volta tornati nello scatolone.
D’un tratto però accadde qualcosa.
L’umano si avvicinò all’albero e osservò gli oggetti uno ad uno.
Poi si voltò e gridò nella direzione opposta.
“Tesoro! Puoi venire un attimo, per favore?”.
“Vengo!”, una voce femminile rispose al suo invito.
“Deve essere la moglie dell’umano”, pensò Babbo.
Dopo pochi secondi l’umana si materializzò davanti l’albero.
“Guarda”, disse l’umano.
“E’ bellissimo”, rispose lei osservando gli addobbi uno ad uno.
Aveva occhi verdi anche lei, come l’umano.
La sua mano toccava ogni oggetto con delicatezza e si soffermava ora su questo, ora su quello.
Ad alcuni fece il solletico e provocò risatine di piacere,
La renna starnutì e  le campanelline non riuscirono a trattenere un dolce tintinnio di piacere.
“Non sembrano…vivi?”, domandò l’umano.
“Si, è vero”, disse l’umana con un sorriso che le illuminò il volto.
Gli oggetti, in silenzio, ascoltavano i due parlottare.
“Oh se potessero raccontare le loro storie…”, sospirò l’umana.
“Potrei scriverle….”, disse l’umano con un sorriso.
“E’ vero,  potresti renderli vivi inventando le loro storie, dando loro una voce…”.
I due si guardarono e sorrisero.
Anche gli oggetti si guardarono e si sorrisero l’un altro.
Sorrise anche palla dorata.
Già, aveva capito.
Avrebbero avuto tutti una propria storia, l’umano li avrebbe fatti vivere.
Ora poteva essere felice.
Sarebbe stato proprio un Natale speciale