giovedì 26 novembre 2015

Racconto n.8 - La leggenda della cometa

Quando calava la notte e le candide nuvole avvolgevano il cielo, una giovane fanciulla si affacciava alla finestra del suo castello per contemplare l'argentea luna.
Ella, sin da quando era piccola, credeva che quel batuffolo di luce, all'imbrunire del giorno, si recasse accanto al suo letto per vegliare su di lei, per accarezzarla con il suo splendore. Per ore e ore la ragazza, con gli occhi fissi sulla sfera, sognava come potesse essere sfiorarla e lasciare che le sue dita assaporassero la morbidezza dell'astro.
 Una notte, la fanciulla decise di provare ad avvicinarsi alla luna. Scese nell'immenso giardino che circondava il castello e cominciò a correre verso quella luce. Ogni passo fatto le dava, però, l’impressione di allontanarsene sempre di più, come se quel luminoso disco volesse sfuggirle.
 La fanciulla, esausta e infreddolita, si rannicchiò tra i cespugli. Lacrime calde le bagnarono il volto ormai  intristito.
 Nel vedere quella scena, un vecchio mendicante, noto alla gente del castello per saggezza e doti di magia, preso da compassione, le si avvicinò per chiederle cosa le avesse recato così tanto dolore. Ella gli raccontò la sua storia.  Dopo averla ascoltata con attenzione, il vecchio le promise aiuto, dicendo: <<Questa che vedi tra le mie mani è una polvere magica, in grado di esaudire ogni tuo desiderio. Sta attenta, però, i suoi poteri possono accontentarti per una volta soltanto ed è impossibile sciogliere il sortilegio>>.
La fanciulla, speranzosa, ringraziò il mendicante e afferrò il sacchetto di cuoio. Dopo averle ripetuto nuovamente le tante raccomandazioni, l'uomo sparì tra la nebbia della notte.
Impaziente, la fanciulla sciolse il nodo che sigillava il sacchetto…e…
oh, meraviglia! Tanti cristalli colorati iniziarono a librarsi nell'aria, a circondare il suo corpo e ad abbagliare i suoi occhi. In quell'istante ella pronunciò il suo desiderio:<< Vorrei sedere accanto alla luna. Vorrei ammirarla da vicino. Vorrei toccarla con le mie piccole mani>>.
Immediatamente i suoi piedi non avvertirono più la freschezza dell'erba bagnata dalla rugiada. Il potere dei cristalli le consentì di spiccare il volo. Impaziente di ottenere ciò che aveva sempre desiderato, alzò il braccio destro verso l'universo, come se volesse già afferrarla. In pochi secondi se la trovò tra le dita. Riuscì a percepire tutte quelle sensazioni che per anni aveva solo potuto immaginare. La gioia invase ogni parte del suo corpo.
La magia non si concluse lì. La fanciulla divenne un tutt’uno con il cielo. I suoi capelli setosi divennero un manto di stelle luccicanti e il suo sorriso accrebbe la luminosità della luna.
 Ella da allora volle vagare per il mondo, portare la sua luce nella vita di ogni uomo, donare il suo sorriso in ogni piccolo cuore.
 Una notte l’aria era  pervasa da un freddo tagliente ma, allo stesso tempo, si respirava qualcosa di magico. Lungo oscuri e scoscesi sentieri, scendevano a valle, pregando devoti, uomini e donne con umili doni: fresche primizie, chicchi di grano, spezie e broccati di terre lontane.
  E chi erano quei tre re con strani copricapi, sembravano maghi, quelli ritratti sul suo Libro delle Fate. E che ricco corteo di cammelli bardati, quante scatoline d’oro, rubini, zaffiri risplendenti! E quei vasi preziosi, profumavano di mirra ed incenso.
 <<Sembrano essersi smarriti…poveretti. Occorre che li aiuti. Ma dovrò calmare il mio freddo amico vento!>>.
Pregò allora il fiero Borea di soffiare dolcemente, di esser mite come Zefiro al sole di primavera. Il vento, rabbonito, parlò, soffiando tra le foglie ai tre uomini assisi in una grotta dopo il lungo e incerto cammino.
<<Seguite quel candido astro nel cielo! Certa la fede, unico il sentiero! Ma ditemi prima qual è la vostra meta, chi mai cercate in questa notte nera>>. I  tre, ascoltato il sussurro, dissero di venire da terre lontane, di essere maghi e re alla ricerca di un bimbo appena nato.  Era quel bimbo venuto al mondo per renderlo migliore, ma intanto giaceva in una stalla, dove un bue e un asinello gli donavano un po’ di tepore.
 Il vento riportò le parole alla sollecita Luna e la dea, incuriosita, si diede a cercare anche lei quel bambino, facendo da guida ai tre uomini con la sua scia di stelle  e d’argento.
E così, dopo valli percorse tra ripidi sentieri,  eccoli infine nel paesino di Betlemme: vi era lì una capanna circondata da devoti e, all'interno, una donna, un uomo, un bambino, un bue paziente ed un umile asinello. Una dolce melodia risuonava nell’aria, tra suoni di zufoli e agresti zampogne, tra inni di gioia e canti devoti.
L’astro annunciò di aver trovato il Redentore e i tre uomini, ormai esausti, si apprestarono a porgergli i doni preziosi. Col loro seguito e con fare maestoso,  riuscirono a farsi strada tra la folla incuriosita di pastori e ad arrivare, con un riverente inchino, accanto alla culla del bambino. Il redentore giaceva su un cumulo di paglia che sembrava dorata. I suoi occhi azzurri sorrisero ai colori dei gioielli, agli abiti sfarzosi, alle urne profumate di mirra e incenso. La madre stringeva la mano del piccolo, accarezzandogli le morbide guance; come era dolce il suo viso, soffuso da un triste sorriso! Quante volte col suo mantello turchino avrebbe avvolto il suo piccolo, gli avrebbe offerto calore e sollievo come un abbraccio di cielo; e il padre, l’umile Giuseppe, le stava accanto devoto, si assicurava che i due animali riscaldassero il piccino col loro respiro, ancora incredulo di fronte a quel miracolo grandioso, quella vita sbocciata dalla fede e dall’amore.
Fuori dalla capanna, il tempo sembrava essersi fermato. Ovunque si respiravano pace ed armonia. Quel bimbo col suo volto sereno sembrava non accorgersi neppure del terribile gelo. E tra canti, preghiere, offerte di doni, quel piccolo villaggio là fuori presagiva l’avvento di un mondo migliore e diverso, un mondo di amore e innocenza, di fede devota in speranze ormai disperse. La stessa natura sembrava risplendere in un magico incanto: bagliori luminosi brillavano su picchi montani, sulle limpide superfici di ruscelli e di laghi; tra cristalli di ghiaccio fioriti timidi bucaneve facevano capolino.
 Offerti i loro doni, i tre uomini ripresero il cammino col cuore in pace e l’animo felice.
  Fu quindi la volta dei pastori, che offrirono al bambino la lana e il fresco latte
 di bianche pecorelle e docili capre, e poi di contadini con ceste piene di pani, di miele e primizie prelibate, e ancora pescatori con i loro pesciolini argentati, sembravano riflettere  i verdi riflessi del lago. Sarte, lavandaie porgevano, materne, calde coperte e fresca biancheria; neppure mancava chi accendeva del fuoco, chi offriva del fieno alle due bestie mansuete, che ancora riscaldavano il bambino con dolcezza e zelo.
E quel piccolo pastore addormentato? Era l’orfano Benito nel suo sonno beato, dopo il lugo cammino. Avrebbe conosciuto quel bimbo, sarebbe stato il suo fratellino, avrebbe donato il suo cuore, a lui e alla sua nuova madre, la Vergine Maria.
E la luna? Cosa poteva offrire a quel tenero piccino? Non aveva che la sua luce e il suo sorriso.
Si avvicinò alla capanna, posandosi in cima, accolta da angioletti curiosi che guardavano abbagliati la sua scia.
 << Come sei bella! Sei la regina delle stelle o sei la sposa del Sole con il tuo candido splendore?>>.
<<Sono la Luna e vengo da lontano; ad uomini smarriti facevo da faro, ad anime sperdute indicavo la via finché trovai una luce più grande della mia>>.
<<E volerai lontano? Perché non resti a farci compagnia?>>
<<Starò sempre con voi su questa capannina, per donare al bambino la gioia di un sorriso, come un raggio di sole riscalderò il suo viso!>>.
E così, tra angioletti che danzavano a festa, dispiegò il suo mantello d’ oro e d’argento.

Già, perché non era più la Luna, ormai. Era una stella, la più bella e splendente. Era la Cometa, la stella della fede.