giovedì 8 marzo 2012

Three doors, la vita secondo Sam Bolton - Monica Lombardi

TRAMA:Sam Bolton è un uomo che lavora in un mondo che non sente suo, quello di Hollywood. Ha un cane, una governante che si occupa di entrambi e della loro casa, ha una manager e due amici che fanno il suo stesso mestiere e che gli piombano in casa ogni volta che si devono togliere da qualche impiccio. Ha un'amica con un cuore d'oro e una vita sentimentale disastrata, e una ex che sostituirebbe volentieri il noioso e assente marito con lui, nel suo letto, ma non necessariamente nella sua vita. In questo scenario dai tempestosi equilibri fa il suo ingresso una nuova figura, che di quel mondo non sa e forse non vuole sapere nulla: una veterinaria con il debole per i cani che portano il nome di letterati inglesi. Sam Bolton è una zattera e un punto di appiglio, per il variegato carrozzone di personaggi che ruota intorno a lui. Riuscirà ad esserlo anche per se stesso? 


PUBBLICATO DA:Edizioni Domino


VOTO: 7


GIUDIZIO: Questo è un romanzo dalla trama semplice e lineare, viene qui descritta una storia d'amore tra un divo di Hollywood rimasto con i piedi per terra e una veterinaria divorziata. I sentimenti sono descritti con delicatezza,humor e brio e fanno capire quali sono le piene potenzialità narrative della scrittrice.
Questo a mio giudizio è un libro adattissimo al periodo estivo grazie alla sua spensieratezza e allo stile di scrittura di Monica Lombardi, uno stile che ti permette di addentrarti nella trama e di far scorrere le pagine velocemente.
Certo questa non è una storia d'impatto ne ha la struttura di un libro più corposo, ma non per questo leggerlo non è un piacere, anzi la sottile ironia utilizzata ti fa ritrovare più volte a ridacchiare e il tutto è accentuato dall'uso magistrale che l'autrice fa delle parolacce. Monica Lombardi è stata in grado di scrivere una storia d'amore che sa anche di commedia!
Consigliato? si certo!




ECCO UN ESTRATTO DEL ROMANZO: 


Dodici zampe in spiaggia

“Sei a casa?”
Allontanò lo sguardo dal piccolo display del cellulare, dove quelle tre parole senza firma, nere sullo schermo bianco, apparivano perentorie, quasi maleducate.
Si alzò in piedi, affondando con le infradito nella sabbia, e lanciò il bastoncino che aveva raccolto. Luna balzò in avanti felice. La vita era semplice, per i cani. Bastava dar loro da mangiare, portarli a fare i bisogni, ogni tanto a giocare in spiaggia, ed erano creature felici. Bastava dar loro affetto, e ti ripagavano con eterno amore e dedizione.
Non era così semplice per gli esseri umani.
Si infilò il cellulare nella tasca dei pantaloni al polpaccio, incerto su che cosa rispondere. Incerto se rispondere. E cercò con lo sguardo il suo Labrador.
Oh-oh. Intervento rapido necessario.
Luna, bastoncino tra i denti, era ferma a un paio di metri dall’acqua, le zampe dorate puntate fermamente e aggressivamente in avanti, e ringhiava a un arzillo yorkshire terrier che sembrava aver deciso di eleggerla a proprio totem personale ed era intento a farle una rumorosa danza della pioggia attorno.
Si accorse con la coda dell’occhio che anche il padrone del cagnetto aveva notato l’anomala situazione e stava accorrendo verso il bagnasciuga.
“Wilde!”
La padrona.
E doveva essere più in allarme di lui, perché al suo passo rapido contrappose una corsetta, raggiungendo per prima i due animali e afferrando il suo per il collare.
“Wilde! Vuoi lasciare in pace questo cane? Ce l’ho anch’io il bastoncino da lanciarti!”
Era china sul piccolo improbabile guerriero quando lui raggiunse il gruppo. Le lunghe ciocche castane cadute in avanti le nascondevano il viso.
“Non si preoccupi per Luna. Ringhia, ma difficilmente reagisce”.
“No, è Wilde che deve imparare a non stringere d’assedio ogni femmina che attraversa il suo campo visivo”.
Una mano della sconosciuta lasciò il collare per gettare indietro le ciocche, che ricaddero ostinatamente verso il basso. Decidendo forse che lottare con il piccolo yorkshire e la capigliatura sciolta alla brezza marina che rinfrescava quella serata estiva era impresa impossibile, mollò la presa ma lanciò rapida in aria il bastone che teneva in mano.
L’attaccabrighe saettò via.
“Fortunatamente, è ancora troppo piccolo per preferire le cagnoline ai bastoncini” osservò, sollevata.
“Perché, arriva un’età in cui succede?”
Finalmente, la donna si girò verso di lui, incontrando il suo sorriso con uno altrettanto divertito.
“Per i cani, sì”.
Sam scoppiò a ridere. La sconosciuta gli piacque immediatamente, così come gli era piaciuto subito quel piccolo, spavaldo dongiovanni. Gli piacque ancora prima di notare che aveva gli occhi grandi, dello stesso colore dei lunghi capelli, e un ovale leggermente abbronzato come viso.
Abbronzatura da passeggiate in spiaggia, non da lampade UV al salone di bellezza, pensò.
Luna, il bastoncino ancora tra i denti, aveva il muso alzato verso di lui. Era chiaro che non voleva rimanere indietro rispetto al piccolo casinista.
Prese il legnetto e lanciò.
“Quanti anni ha Luna?”, gli chiese la donna, avviandosi dietro ai cani.
Lui fece altrettanto. Gli occhi si abbassarono per un momento sulle infradito di lei, che calcavano la spiaggia umida accanto alle sue. Lo smalto bianco lo colpì, dopo aver notato il viso struccato.
“Cinque. Quasi sei”.
“Ecco perché non si è lasciata provocare dal mio piccolo rompiballe”.
La giornata era splendida, ma a quell’ora la spiaggia di Venice era piuttosto tranquilla. I bagnanti della giornata se ne erano già andati, i frequentatori dei numerosi locali sul lungomare non erano ancora arrivati. Per quello Sam sceglieva quell’orario.
Oltre alla vista del tramonto sul mare, ovviamente. Incrociarono una coppia che, procedendo abbracciata, non staccava gli occhi da quello spettacolo.
“Anch’io avevo un cane maturo, sono molto più semplici da gestire. E’ morto tre settimane fa, aveva una brutta infezione intestinale”.
Lui curvò la bocca, in una smorfia di comprensione.
“Ha dovuto farlo sopprimere?”
“L’ho fatto io”.
Alzando lo sguardo dalla sabbia di fronte a lei, la donna dovette notare la sua espressione stupita, perché aggiunse: “No, non sono una sadica. Sono veterinaria”.
Sam annuì, sorridendo della sua trasparente ingenuità.
“Anche se è una cosa che sono abituata a fare, è stato straziante. Ho preso Wilde per dimenticare Milton”.
“E’ appassionata di letteratura inglese, oppure è un caso?”
Vide un lampo attraversare i grandi occhi nocciola.
“Mi piace la letteratura inglese, e il mio ex marito la detestava. Avevo preso Milton per aiutarmi a superare il periodo del divorzio”.
“Capisco”.
Il suo tono non era stato condiscendente, semmai interessato.
“Piccole vendette personali a parte, credo sia bello avere un tema, per scegliere i nomi degli animali, no?” continuò la sua interlocutrice.
“Non saprei. Luna si chiamava già così quando l’ho comprata. La mamma aveva un nome italiano, e i proprietari avevano scelto per tutti i cuccioli dei nomi italiani”.
“Come fa quando è fuori città per lavoro? Chi gliela tiene?”
Avevano già rilanciato i legnetti. Ora Luna e Wilde stavano semplicemente scorrazzando davanti a loro, abbaiandosi l’un l’altra in modo che si sarebbe potuto quasi definire complice.
“Fa l’attore, giusto?”
La sua sorpresa doveva essere stata evidente. L’aveva riconosciuto. Non l’avrebbe detto, vista la naturalezza con cui gli si era rivolta da subito. E quel guizzo che notava quando le persone lo riconoscevano, non c’era stato. O se l’era perso.
“La tiene un amico. E quando lui è fuori città con me, sua sorella. Ma Luna me la fa sempre pagare amaramente, quando torno”.
“Immagino”. Così dicendo, tirò fuori dalla tasca dei morbidi pantaloni bianchi il cellulare e ne guardò rapidamente lo schermo. “E’ tardi. Ora di rientrare. Wilde!”
Sorprendentemente, il piccolo furetto rispose al richiamo della padrona, seguito da una Luna che ora sembrava la più recalcitrante tra i due. Era chiaro che alla fine il Labrador aveva apprezzato la compagnia, e che avrebbe voluto che la passeggiata durasse più a lungo.
Il piccolo Wilde saltò allegramente tra le braccia della padrona.
“Ho parlato tanto. Di affari miei, e neanche allegri. Mi spiace”.
Lui scosse la testa, le labbra leggermente incurvate in un mezzo sorriso che emulava quello di lei.
“E’ stato un piacere”.
Si strinsero la mano. La donna si voltò per andarsene.
“Non è che…”
La voce di Sam la bloccò.
“Non è che per caso ha un biglietto da visita con sé?” riprese quando ebbe di nuovo i suoi occhi addosso. “Il mio veterinario sta per trasferirsi. Un nuovo riferimento mi farebbe comodo”.
Dalla tasca posteriore dei pantaloni bianchi emerse un piccolo portadocumenti, e da dietro alla patente venne estratto un biglietto da visita.
“Mi farà piacere rivedere Luna. Chiami sempre, per evitare attese”.
E il piccolo casinista e i grandi occhi nocciola si allontanarono, questa volta definitivamente, verso le palme e il vialetto pedonale che costeggiavano la spiaggia.
Sam studiò il semplice bigliettino bianco.
Dott.sa Kerry Longman.
Indirizzo, numero di telefono e orari dell’ambulatorio.
Luna abbaiò, indispettita da quella mancanza di dialogo e di attenzione.
“Che c’è, non vuoi un nuovo dottore?”