mercoledì 7 marzo 2012

Ultimi quaranta secondi della storia del mondo - Stefano Santarsiere


Stefano Santarsiere
Ultimi quaranta secondi della storia del mondo
Thriller- edizioni Abelbooks
Pagine 391
Prezzo 4, 99 €
ISBN 9788897513292
Anno 2011


Nota preliminare di cronaca
Il romanzo è fresco vincitore del primo premio al concorso “Casa Sanremo writers 2012”
organizzato dalla casa editrice Qulture nell'ambito delle manifestazioni legate al festival della
canzone italiana

TRAMA:"Eppure, pensò il commissario, qualcosa doveva pur esserci, ben nascosta nelle pieghe di quella vita apparentemente normale. Qualcosa di inafferrabile agli occhi di un uomo come lui, abituato alla città, alla luce del sole, ai fatti che si presentano per come sono. Era come con gli altri paesani. Proprio quando sembrava che tutto scorresse normalmente, nella consueta e secolare tranquillità, senza la minima increspatura… proprio allora era segno che sotto la superficie si nascondeva un mondo brulicante di attività ambigue e pericolose."
E’ una mattina di agosto quando don Pietro Miraglia, l’amato parroco di un paese lucano, viene assassinato a colpi di martello nei giardini della scuola elementare. A indagare è il commissario Antonio Sparagno, sul quale pesa una vecchia indagine di camorra che ne ha compromesso la carriera e causato il trasferimento nell’odiata Basilicata.
Ma l’omicidio rivela al poliziotto un volto imprevedibile di quelle comunità in apparenza tranquille. Diversi personaggi dimostrano legami con la vita (e la morte) della vittima: ad esempio Giovanni Belisario, insegnante vedovo, alle prese con un difficile equilibrio tra il figlio Carlo e l’enigmatica cognata Elena; Roberto Bradadich, giovane in crisi esistenziale che ha abbandonato la città per tornare al passato; Mimmo Coppola, spregiudicato giornalista che vuole sfruttare la tragedia per lanciare la sua emittente.
Alla vicenda fa da sfondo un pugno di paesi, legati insieme da un tessuto di boschi e campi, ma anche pozzi di petrolio, masserie diroccate, santuari oggetto di fanatiche venerazioni. Un mondo pervaso da una secolare lotta tra Fedi contrapposte, schierate intorno a una misteriosa quanto antichissima Madonna Nera.


RECENSIONE:Un paese della Basilicata, più precisamente della Val d'Agri, un parroco beneamato, il suo cadavere e, poco distante, l'arma adoperata per assassinarlo: è un batticarne. “Ultimi quaranta secondi della storia del mondo” di Stefano Santarsiere inizia dal motivo, classico, del delitto in cerca d'autore. Poco dopo infatti compare sulla scena del crimine il commissario Sparagno. A lui spetta il compito di risolvere il caso. Solo che non è un caso. E' un enigma perché non ci troviamo di fronte a un'occasionale infrazione violenta dell'ordine consueto ( e costituito), a una rottura brutale, ma circoscritta del tran tran di una realtà decentrata. Sarebbe rassicurante, ma così non è.
Pagina dopo pagina il libro ci porta a ripercorrere una lunga storia che prende le mosse lontano nel tempo e nello spazio. Nello spazio, perché tutto comincia in Africa. Nel tempo, perché la chiave del mistero è il libro di Enoch, un testo ebraico apocrifo del I secolo a.C., che la sola Chiesa Copta ha incluso nel proprio canone biblico. Un thriller esoterico, in sostanza, ma non il solito thriller esoterico perché l'autore riesce nell'impresa di rispettare le regole del filone, ma a modo suo, senza cercare sponde in meccanismi e “trucchi” già abbondantemente sperimentati. Mancano ad esempio gli effetti speciali e gli espedienti cervellotici che spesso caratterizzano questo tipo di thriller.
Mancano anche le trovate dirompenti, sovente troppo dirompenti per esserlo davvero.
Qui è la materia narrativa stessa a generare progressivamente la tensione attraverso i dettagli che emergono dalle vite e dalle azioni dei personaggi: questi percorrono la realtà dal proprio lato e percorrendola raccolgono schegge che progressivamente si incastrano in un disegno coerente. Si forma quindi un tracciato che indirizza alla posta in gioco. E' la meta. Per raggiungerla occorre pagare un prezzo. Qualcuno paga con la vita. Tutti pagano con la perdita delle certezze e dei punti di riferimento. Per questo, forse, l'autore nel frontespizio definisce il suo thriller come iconoclasta.
Risultato: quasi 400 pagine avvincenti in modo naturale, senza forzature. Merito del magistero ritmico dell'autore, capace di sviluppare le situazioni rimanendo sempre equidistante dal poco e dal troppo, che si tratti di peripezie individuali, di amare rivelazioni, di relazioni ambigue, di corrotti maneggi economici, di deliri spiritualizzanti a sfondo cosmico, del collasso simbolico prima ancora che materiale di una comunità e della sua cultura. Merito anche dell'angolazione realistica, quotidiana: è nelle ore e nei luoghi di tutti i giorni, nelle pieghe del quotidiano che si formano le forze centrifughe destinate a frammentare nel profondo la realtà personale e collettiva.
VALUTAZIONE
Un thriller avvincente, un romanzo di sostanza, con molti accenti originali


PILLOLA SULL’AUTORE
Nato nel 1974, Stefano Santarsiere vive e lavora a Bologna.  Ha pubblicato diversi racconti e due romanzi, L'arte di Khem nel 2005 e Ultimi quaranta secondi della storia del mondo nel 2011. Scrive per non tornare a casa. Questa e altre notizie su di lui e la sua opera si possono leggere nel sito personale: http://www.santarsiere.it/index.html




Qualche flash sul romanzo conversando con l’autore


 L’incipit del romanzo recita “thriller iconoclasta”.  E’ un’etichetta o è  una chiave di lettura con un bersaglio ben identificato?
 Diciamo che si tratta di un’etichetta che anticipa un aspetto del romanzo, il quale contiene un elemento di iconoclastia, intesa come critica al significato dei simboli religiosi. La sovrapponibilità e l’ambiguità delle icone, l’utilizzo strumentale che ne è stato fatto – in questo caso, dalla Chiesa – e la loro attitudine a generare violenza, è un tema ben evidente nel libro. 


Eccetto una puntata a Trieste, il teatro operativo del romanzo è la Basilicata.
Ma la Basilicata è  la “location” oppure è un personaggio tra gli altri? A volte durante la lettura ho avuto l’impressione che sia quasi la vera protagonista…Che cosa esprime questa regione nel romanzo?
 Direi che la Basilicata e la Val d’Agri in particolare rappresentino qualcosa di più di uno sfondo. Per prima cosa i personaggi hanno caratteristiche decisamente ‘lucane’ – in qualunque altro luogo sarebbero molto diversi, dunque la stessa storia avrebbe uno sviluppo differente. Inoltre, la Basilicata è una regione a mio avviso ‘sospesa’, una sorta di cerchio magico dove le cose accadono in modo vagamente asincrono rispetto al resto del mondo. E’ un luogo intriso di fervore religioso e di folklore, in un’epoca dominata dalla secolarizzazione. Vi sono  pozzi di petrolio a pochi km dai campi eolici. Molti si ostinano a vivere nelle campagne mentre altrove esse si spopolano. Un contesto simile è perfetto, a mio avviso, per una vicenda che esprime la confusione e perfino il sovvertimento del rapporto tra sacro e profano, dove i simboli religiosi e quelli tecnologici paiono sfumare gli uni negli altri. Insomma la Basilicata, proprio per le sue contraddizioni, per il suo smarrimento, ma anche per il bisogno di spiritualità che essa esprime, in questo libro si trasfigura e assume il volto di un intero mondo, di un’intera epoca. 


La passione fondamentale dei personaggi, anche di quelli minori, sembra essere la verità. Da fuggire, da cercare o da imporre, non importa; e non importa se affettiva o economica, giudiziaria o religiosa.  Perché sono tanto affascinati dalla verità da privilegiarla fino al punto da decentrare in qualche caso l’istinto di conservazione?
 Hai colto il motore principale del libro, ciò che muove il conflitto: verità e negazione della verità si fronteggiano costantemente. I personaggi non sono tanto affascinati, quanto obbligati alla verità. Il padre che deve saper la verità sul figlio. Il figlio che deve saperla sul padre (e la madre). Il ragazzo deve sapere chi ha scassinato il suo negozio e capire se la sua vita è in pericolo. Il ricercatore deve scoprire perché il suo interlocutore è stato assassinato. Ognuno insegue queste verità non per capriccio, ma per salvare la propria vita o quella delle persone amate. In fondo, questa ricerca è essa stessa dettata dall’istinto di conservazione.

Restando sulla verità, l’unica eccezione è il giornalista e imprenditore televisivo ambizioso. Su di lui la verità non fa presa. La manipola senza scrupoli. E’ l’unico a privilegiare il proprio Ego.  Che cosa va in scena con lui? Solo  angustia morale, necessità di mestiere o qualche cosa d’altro?
 In fondo anche Mimmo Coppola tende alla verità, solo che lo fa a proprio modo. Verso la fine anch’egli  (ad esempio nella scena in cui rimprovera il suo cameraman) dimostra di avere solo un intenso di bisogno di conoscere. E la conoscenza, nel suo caso, equivale a sopravvivere nel mercato dell’informazione.

Luoghi, personaggi, verità. Ma nel romanzo c’è anche il tempo in primo piano. Fin dal titolo. Il tempo della lunga durata che vuole proiettarsi nel futuro e modellarlo. E il tempo del quotidiano, della vita di tutti i giorni. In mezzo gli esseri umani in carne e ossa che sembrano stentare a saldare positivamente le due dimensioni.  Possiamo approfondire il punto?
 Il tempo grava sulla storia come un sortilegio. Tutto avviene in pochi giorni di un agosto torrido, in cui scorre più sangue per le strade del piccolo paese che pioggia dal cielo. All’improvviso  il tempo viene sbrigliato e ricondotto all’indietro, fino alle origini stesse dell’uomo, in un gioco vertiginoso innescato dai contenuti di una bibbia apocrifa. La ragione sta nell’incognita – anch’essa una mia ossessione – di cosa ci lega al passato, di cosa davvero conserviamo della nostra origine;  e quindi, simmetricamente, a cosa siamo destinati. L’idea si riflette nel comportamento dei personaggi: è come se ognuno di essi lottasse contro la deriva che minaccia la sua esistenza, costantemente, e avvertisse la necessità di ricostruire le rotte che ha percorso, solo per indovinare l’approdo successivo. Ad esempio il giovane Bradadich che decide di tornare in paese e scoprire il passato della sua famiglia.

Chi è l’Io narrante del romanzo, questa terza persona dalla vista così acuta e la penna così precisa ?  Ha forse  lui  quell’ironia che i personaggi, troppo presi dalla loro partita con la verità e il tempo, non possono permettersi?
 Trattandosi di un romanzo scritto nella forma del discorso libero indiretto, l’io narrante coincide con ognuno dei co-protagonisti della storia. Ma è probabile che in essi c’è una parte di me (o forse di qualche altro Io che perfino il sottoscritto ignora). E questo spiega perché non è stato risparmiato un trattamento leggermente cinico a nessuno dei protagonisti di questo libro. Incluso il commissario Sparagno.

Scrivere un romanzo è anche nuotare  nell’oceano della parola. Con quale stile ha fatto questa traversata? 
 Ho l’ambizione  – forse superiore alle mie capacità – di costruire uno stile che risulti fruibile senza l’impersonalità di tanti libri di genere, un po’ simili dal punto di vista linguistico. Mi piacerebbe scrivere in modo comprensibile ma non disadorno, far sì  che i vocaboli esprimano direttamente, e in modo originale, il proprio concetto, limitando l’uso di aggettivi e stampelle varie. Vorrei insomma  che la voce dei miei testi avesse un timbro particolare, e che il coro delle parole fosse armonioso e mai sguaiato o ridondante.

Stendhal, lo dichiara egli stesso a più riprese nelle opere autobiografiche, scriveva per i posteri, i famosi quindici lettori del 1880. E Stefano Santarsiere, per chi scrive?
 Per i lettori affascinati da storie in cui ‘persone ordinarie si trovino in circostanze straordinarie’  -  per dirla alla Spielberg.
Storie in cui la quotidianità non è che l’inizio.